La lezione di Carney che l’Europa non può più ignorare

Il discorso del premier canadese a Davos smaschera l’illusione di poter gestire Trump con concessioni e ambiguità

Il primo ministro canadese Mark Carney

Il discorso pronunciato dal primo ministro canadese Mark Carney al World Economic Forum di Davos dovrebbe essere letto con attenzione in tutte le capitali europee. Non tanto come un intervento accademico sulla geopolitica globale, quanto come un atto di realismo politico che chiama in causa direttamente l’Unione europea e la sua persistente ambiguità nei confronti di Donald Trump.

Carney ha descritto l’attuale fase internazionale non come una semplice transizione, ma come una rottura storica, il ritorno di un mondo dominato da grandi potenze predatorie, in cui la forza tende a sostituire le regole e la coercizione economica diventa strumento ordinario di politica estera. In questo contesto, ha avvertito, l’ordine internazionale liberale guidato dall’Occidente non tornerà. Continuare a comportarsi come se fosse solo temporaneamente sospeso equivale a una pericolosa illusione.

È qui che il messaggio di Carney diventa particolarmente rilevante per l’Europa. Di fronte a un’America che usa dazi, minacce e ricatti come leve negoziali anche verso gli alleati, molti leader europei oscillano ancora tra la speranza di “gestire” Trump con concessioni tattiche e il timore di provocarne reazioni più aggressive, soprattutto sul piano della sicurezza e del sostegno all’Ucraina. Questa esitazione, tuttavia, rischia di trasformarsi in subordinazione.

Carney è stato esplicito, negoziare bilateralmente con un egemone significa accettare una posizione di debolezza strutturale. È una “performance di sovranità”, non sovranità reale. L’alternativa, per le potenze medie democratiche, è costruire coalizioni, unire i mercati, diversificare le catene di approvvigionamento e creare una massa critica capace di resistere alla coercizione. Il Canada, ha ricordato, sta già seguendo questa strada, anche a costo di scelte politicamente controverse, come l’apertura selettiva a nuovi partner commerciali per compensare la pressione statunitense.

L’Unione europea si trova oggi davanti a una scelta analoga. Le recenti minacce di Trump sulla Groenlandia e l’uso disinvolto dei dazi come strumento di intimidazione dovrebbero aver chiarito che non esistono più “linee rosse” garantite dall’alleanza atlantica. Continuare a confidare nella benevolenza americana significa esporsi a un logoramento progressivo della propria autonomia strategica.

Agire con unità e fermezza non implica una rottura ideologica con Washington, ma il riconoscimento che il rapporto transatlantico non è più asimmetrico solo per inerzia, bensì per scelta politica americana. In questo quadro, strumenti come le contromisure commerciali comuni, il meccanismo anti-coercizione e l’accelerazione di accordi con partner affini, dal Canada al Giappone, dall’Australia a grandi democrazie emergenti, non sono atti ostili, ma misure difensive.

Il rischio maggiore per l’Europa non è l’escalation, bensì la nostalgia. Carney lo ha detto con una chiarezza brutale, la nostalgia non è una strategia. Aggrapparsi a un atlantismo di riflesso, nella speranza che qualche concessione personale a Trump possa stabilizzarne il comportamento, equivale a rinviare una resa dei conti inevitabile.

Se l’Unione europea vuole restare un attore politico e non ridursi a un mercato conteso, deve prendere atto del mondo così com’è. Il discorso di Carney non offre consolazioni, ma una bussola. Spetta ora ai leader europei decidere se usarla o continuare a camminare guardando indietro.