Nella notte tra venerdì e sabato gli Stati Uniti hanno colpito Caracas e altre aree del Venezuela. Il presidente americano Donald Trump ha dichiarato che Nicolás Maduro sarebbe stato catturato insieme alla moglie e portato fuori dal Paese. Dal governo venezuelano, però, non sono arrivate conferme ufficiali. Una conferenza stampa è attesa nelle prossime ore, mentre l’incertezza domina una scena già carica di tensione.
Secondo Reuters, un’azione militare così diretta degli Stati Uniti in America Latina non si vedeva dai tempi dell’intervento a Panama, nel 1989. L’agenzia cita anche un messaggio pubblicato da Trump sul suo social Truth, in cui il presidente parla di un’operazione “su larga scala”. Associated Press riferisce di almeno sette esplosioni nell’arco di mezz’ora, voli a bassa quota, blackout in diverse zone della capitale e colonne di fumo sopra la base militare di La Carlota. Movimenti sarebbero stati osservati anche nei pressi di Fuerte Tiuna e in diversi stati del Paese, da Miranda ad Aragua fino a La Guaira. Caracas sostiene che siano state colpite strutture sia militari sia civili; non è chiaro se ci siano vittime.
È dentro questo scenario, improvvisamente esplosivo, che la figura di Nicolás Maduro torna al centro della scena internazionale. Non come semplice leader di un Paese isolato, ma come simbolo di una frattura che si trascina da tempo. A quasi un anno dalle elezioni presidenziali del 28 luglio 2024, quelle consultazioni continuano infatti a pesare come un macigno sulla legittimità internazionale del governo venezuelano, riemergendo oggi con forza nel contesto dell’azione americana.
Le presidenziali del 2024, vinte ufficialmente da Maduro – e le successive elezioni legislative e regionali del maggio 2025 – erano state presentate da Caracas come la prova di una normalità democratica ritrovata. A sostegno di questa narrazione, il governo aveva più volte sottolineato la presenza di centinaia di osservatori internazionali, arrivando a parlare di oltre 400 delegazioni accreditate. Un numero esibito come uno scudo contro ogni accusa di brogli.
Eppure, a distanza di mesi, quelle elezioni non sono mai state archiviate come un capitolo chiuso. Al contrario, continuano a essere definite non libere e non trasparenti da gran parte della comunità internazionale. Un’apparente contraddizione che trova spiegazione non tanto nel gesto del voto, quanto nel contesto che lo ha reso possibile e nei limiti che ne hanno segnato l’intero svolgimento.
Il problema, infatti, non è stato il voto in sé, ma ciò che ha circondato il processo elettorale. Gli osservatori c’erano, ma non tutti erano missioni tecniche indipendenti con accesso pieno alle procedure. Le organizzazioni più autorevoli hanno denunciato limiti nella verifica dei risultati, l’assenza di dati disaggregati per seggio, audit incompleti e l’impossibilità di confrontare i verbali originali con i numeri ufficiali. In sostanza, si è chiesto alla comunità internazionale di credere ai risultati senza poterli controllare.
A questo si è aggiunto un contesto politico fortemente sbilanciato: candidati dell’opposizione esclusi o ostacolati, utilizzo massiccio delle risorse statali a favore del partito di governo, controllo dei media pubblici, pressioni su attivisti e società civile. Elementi che, secondo gli standard internazionali, rendono un’elezione formalmente esistente ma sostanzialmente non competitiva. È qui che la presenza degli osservatori perde il suo valore simbolico. Perché la democrazia si certifica con l’accesso ai dati, la trasparenza delle procedure e la possibilità di verifica indipendente. Senza questi elementi, l’osservazione resta una cornice, non una garanzia.
Ma il Venezuela non è mai stato soltanto una questione elettorale. Oggi meno che mai. Caracas è uno dei principali alleati della Russia nell’emisfero occidentale: un partner politico ed energetico che offre a Mosca uno sbocco strategico fuori dall’Europa. In questo quadro, colpire il Venezuela significa indebolire un tassello dell’ecosistema geopolitico russo, aumentare la pressione su un fronte laterale e inviare un segnale che va ben oltre l’America Latina.
Accanto alla dimensione politica si impone poi quella, decisiva, delle risorse. Il Venezuela possiede tra le più grandi riserve petrolifere al mondo, concentrate soprattutto nella Fascia dell’Orinoco: centinaia di miliardi di barili, una ricchezza immensa anche se complessa da estrarre. Si tratta di petrolio extra-pesante che, non a caso, è perfettamente compatibile con le raffinerie statunitensi del Golfo del Messico. Per Washington non è solo una questione economica, ma di sicurezza energetica, controllo delle rotte e leva strategica in un mondo segnato da guerre e sanzioni.
E non si tratta solo di petrolio. Il sottosuolo venezuelano custodisce oro, coltan e altri minerali strategici, fondamentali per le filiere tecnologiche e militari. Risorse che oggi finiscono spesso in circuiti opachi, alimentando economie parallele e rafforzando partner geopolitici rivali degli Stati Uniti. È anche in questo intreccio che l’arresto, o la presunta cattura, di Maduro e la linea dura americana assumono un significato più ampio: non un gesto isolato, ma l’ennesimo capitolo di una partita in cui legittimità elettorale, energia e alleanze globali si sovrappongono.
Il Venezuela ha votato un anno fa, ma il mondo non ha mai smesso di interrogarsi su quel voto. Oggi, mentre Caracas viene colpita e Maduro scompare dalla scena pubblica, quelle elezioni tornano a essere ciò che sono sempre state: non un punto di arrivo, ma l’origine di una frattura geopolitica ancora aperta. In questa partita, la democrazia resta il linguaggio utilizzato da tutti, ma il potere, come spesso accade, continua a essere la vera posta in gioco.
