Zelensky, dalla solidarietà al ricatto

Venti milioni di profughi agitati come uno spauracchio, missili e miliardi reclamati come un diritto. Quando la richiesta di aiuto diventa pressione politica, l’Europa dovrebbe imparare a dire no.

Volodymyr Zelensky

C’è una differenza, che un tempo la diplomazia conosceva benissimo, tra chiedere aiuto e presentare il conto. Volodymyr Zelensky sembra averla dimenticata. O forse, più semplicemente, ha capito che l’Europa, quando viene messa con le spalle al muro, preferisce aprire il portafoglio piuttosto che trovare il coraggio di dire no.

L’ultima uscita del presidente ucraino è un piccolo capolavoro di pressione politica, se Kiev cade, venti milioni di ucraini potrebbero riversarsi in Europa. Non una previsione demografica suffragata da studi, ma una cifra agitata davanti ai governi europei come uno spauracchio. Il messaggio, tradotto dal linguaggio diplomatico, è piuttosto semplice, o continuate a sostenerci, oppure preparatevi alle conseguenze.

È il metodo Zelensky. Prima si invoca la solidarietà, poi si sollecitano armi, missili e miliardi, infine si prospetta la catastrofe per chi dovesse manifestare qualche esitazione. Una strategia comprensibile per un presidente che difende il proprio Paese, ma assai meno accettabile per chi dovrebbe difendere gli interessi dei propri cittadini.

Nessuno, naturalmente, può negare che la Russia abbia invaso l’Ucraina, violandone la sovranità. Ma riconoscere un’aggressione non significa sottoscrivere una cambiale in bianco. L’Ucraina non appartiene alla NATO e la sua guerra, per quanto tragica e vicina ai nostri confini, non comporta automaticamente l’obbligo di trasformarla nella nostra.

Eppure Zelensky sembra lavorare da anni proprio su questa ambiguità, convincere gli europei che la sopravvivenza di Kiev coincida necessariamente con quella di Parigi, Roma o Berlino. Ogni drone avvistato, ogni incidente di frontiera, ogni tensione diventa un argomento per avvicinare ulteriormente l’Alleanza Atlantica al conflitto. Come se la prudenza fosse codardia e la diplomazia una forma di diserzione.

Poi c’è il capitolo Nord Stream, che meriterebbe ben altra attenzione da parte delle cancellerie europee. Le indagini tedesche hanno individuato una pista ucraina e portato ad accuse contro presunti sabotatori ucraini. Ma già il sospetto che cittadini ucraini abbiano contribuito a distruggere un’infrastruttura energetica strategica europea dovrebbe suggerire maggiore cautela a chi continua a considerare Zelensky un interlocutore al di sopra di ogni critica.

Il paradosso è che Zelensky pretende dall’Europa una solidarietà pressoché illimitata, mentre l’Europa fatica persino a stabilire quali siano i propri limiti. Si discute di intercettori Patriot, di patrimoni russi congelati, di nuovi sistemi antimissile, ma assai meno del prezzo politico, economico e strategico di un coinvolgimento sempre più profondo.

La pace non si costruisce necessariamente consegnando ogni volta nuove armi, né la sicurezza europea può dipendere dalle dichiarazioni quotidiane di un presidente straniero.

Zelensky fa il suo mestiere, cerca di salvare l’Ucraina, anche caricandone il peso sulle spalle altrui. Il problema è che i governanti europei dovrebbero fare il proprio.

E ricordarsi, almeno qualche volta, che sono stati eletti per rappresentare gli europei, non per diventare i ministri del Tesoro di Kiev.

Perché la solidarietà è una virtù. L’obbedienza, invece, è un vizio. E quando a pagare sono sempre gli stessi, persino la generosità rischia di diventare una forma di irresponsabilità.