Il salotto di Milano si è trasformato nel teatro di una devastazione improvvisa e violentemente coordinata. Da via Torino a piazza San Babila, passando per la Galleria Vittorio Emanuele e il Castello Sforzesco, la violenza ha colpito le vie dello shopping e i simboli della città. Vetrine infrante a colpi di monopattino, assalti ai supermercati e razzia nei negozi di abbigliamento, fino allo store Decathlon di via Cairoli da cui diversi ragazzi sono usciti direttamente in sella a biciclette rubate.
Non una semplice protesta, ma veri e propri blitz fulminei che hanno provocato oltre 500 mila euro di danni alle sole attività commerciali. Le forze dell’ordine hanno dovuto impiegare idranti e centinaia di lacrimogeni per contenere la foga dei gruppi, arrivando alla chiusura anticipata del Duomo e al blindaggio della Galleria.
L’identikit degli identificati: un’armata di minori
Il dato più sconcertante emerge dai rilievi della questura: delle oltre 220 persone fermate e portate in via Fatebenefratelli, l’80% non ha ancora raggiunto la maggiore età. Tra i volti coperti da passamontagna e scaldacollo — gli iconici balaclava presi in prestito dall’estetica trapper — si contano ragazzini di 12, 13 e persino 11 anni.
Giunti in centro dai quartieri della periferia milanese (come Corvetto e Barona) e dai comuni dell’hinterland, i partecipanti formano un mosaico eterogeneo: italiani, giovani dell’Est Europa e seconde o terze generazioni di origine nordafricana (i cosiddetti «maranza»). A muoverli è una miscela esplosiva di frustrazione, senso di invisibilità verso le istituzioni ed emulazione reciproca. La povertà e le disuguaglianze economiche, pur evidenti, non bastano a spiegare del tutto la ricerca di scariche di adrenalina e il desiderio di rivalsa.
L’effetto “vetrina” e l’organizzazione sulle app di messaggistica
Se la violenza si consuma in strada, la preparazione e l’amplificazione avvengono interamente nello spazio digitale. I giovanissimi della “Gen Z” si coordinano e comunicano sfruttando piattaforme lontane dal controllo tradizionale, come Discord e l’app Deriva, canali privi di algoritmi d’odio usati per il confronto e l’organizzazione logistica. Successivamente, la spettacolarizzazione delle azioni passa per TikTok e Instagram, dove filmare un saccheggio o uno scontro diventa uno strumento immediato per guadagnare visibilità e approvazione social. In questo flusso continuo si mescolano elementi di cultura pop e messaggi di contestazione: dalle icone dei manga trasformate in simboli di resistenza — come la celebre bandiera di One Piece — fino ai richiami su temi globali quali il costo della vita, i tagli all’istruzione e i recenti conflitti internazionali.
L’ombra della protesta europea e il nodo della prevenzione
Le scene viste a Milano si inseriscono in un clima di fermento giovanile che travalica i confini nazionali, richiamando quanto già accaduto in città come Parigi, Bruxelles e Berlino sotto la sigla di movimenti transnazionali come Gen Z Revolution.
Gli investigatori mettono in luce come gruppi ristretti di soggetti aggressivi riescano a fare da volano, trascinando centinaia di altri giovani in una spirale di devastazione collettiva. Tra chi sostiene di spaccare tutto “perché lo Stato non ci vede” e chi il giorno dopo torna regolarmente sui banchi di scuola, il fenomeno pone interrogativi urgenti alle istituzioni: come intercettare il disagio prima che si trasformi in guerriglia urbana?
