Il recente e definitivo naufragio dei negoziati commerciali tra Washington e Ottawa ha innescato una pericolosa escalation tariffaria, arrivata a colpire in modo diretto la quotidianità delle famiglie americane. A partire dall’8 settembre, le importazioni di prodotti in carta come fazzoletti e rotoli per uso domestico subiranno rincari compresi tra il 25% e il 50%. Questa misura rappresenta la risposta speculare del governo canadese all’incremento del 50% deciso in precedenza dall’amministrazione statunitense.
Sebbene la carta igienica e i fazzoletti commercializzati negli Stati Uniti vengano per lo più trasformati e confezionati all’interno dei confini nazionali. La filiera produttiva dipende in maniera viscerale dalle importazioni di cellulosa dal Canada, un Paese straordinariamente ricco di risorse boschive. Grandi catene di distribuzione come Costco e colossi della produzione del calibro di Procter & Gamble, proprietaria del famoso marchio Charmin, avevano già lanciato l’allarme. Hanno confermato che l’introduzione di barriere doganali sulle materie prime avrebbe inevitabilmente scaricato i maggiori costi sul consumatore finale. L’impatto rischia di essere devastante per gli abitanti degli Stati Uniti, un Paese che da solo assorbe oltre un quinto del consumo globale di carta igienica, guidando le classifiche mondiali con una media pro capite di ben 141 rotoli utilizzati all’anno.
Dalle catene di montaggio al settore agroalimentare: uno scontro a tutto campo
La contesa in atto non si limita affatto ai beni di consumo per l’igiene personale. L’elenco approvato dal Primo Ministro canadese Mark Carney comprende quasi 900 merci americane. Un’operazione meticolosamente strutturata secondo una rigorosa logica di ritorsione “dollaro per dollaro”. L’effetto domino sta travolgendo l’intera economia continentale. Si parte dal comparto automobilistico, dove una tariffa del 25% sui veicoli e sulla componentistica di origine canadese rischia di inceppare le catene di montaggio americane, storicamente integrate e dipendenti dai fornitori del Nord. Senza un intesa all’orizzonte, la Casa Bianca ha già minacciato di raddoppiare questa aliquota al 50% entro l’inizio del 2027.
La guerra commerciale si combatte con ferocia anche sugli scaffali dei supermercati e nel settore alimentare. Alla tassa del 50% applicata da Washington su quasi tutti i prodotti lattiero-caseari canadesi, ad eccezione del formaggio, Ottawa ha risposto imponendo una tariffa speculare sui latticini americani e aggiungendo un balzello del 25% sui formaggi. Anche la pesca statunitense è finita nel mirino. Confermati dazi al 25% su pesce e frutti di mare come l’aragosta congelata, una scelta che ha sollevato forti polemiche politiche nello Stato del Maine. Sul fronte degli alcolici la situazione appare altrettanto complessa. Mentre i dazi USA colpiscono pesantemente i celebri whisky canadesi come Crown Royal e Canadian Club, la quasi totalità delle province canadesi ha risposto bloccando del tutto la vendita e la distribuzione dei liquori americani nei propri negozi di Stato.
Incertezza economica e il cauto ottimismo della Casa Bianca
Questa fitta rete di barriere doganali incrociate riporta al centro del dibattito il tema dell’inflazione su entrambi i lati del confine. Una situazione che sta compromettendo decenni di scambi commerciali pacifici e coordinati. Nonostante le forti preoccupazioni espresse da analisti e associazioni di categoria per la tenuta dei consumi, le posizioni ufficiali di Washington restano del tutto inflessibili. Non si riscontrano segnali di apertura verso un compromesso imminente.
Il Rappresentante per il Commercio degli Stati Uniti, Jamieson Greer, ha cercato di ridimensionare gli allarmi, dichiarando con fermezza che non vi è alcuna possibilità che la disputa in corso possa danneggiare concretamente i cittadini americani. Secondo la linea sostenuta dall’amministrazione, la struttura economica della nazione è abbastanza solida da sopportare lo scontro senza soffrire ripercussioni sul potere d’acquisto dei consumatori. Resta tuttavia da vedere se i mercati confermeranno questo ottimismo o se l’impossibilità di riaprire un tavolo negoziale finirà per appesantire ulteriormente le tasche dei cittadini.
