Trump, l’America che trascina il mondo all’indietro

Secondo Human Rights Watch, la presidenza americana alimenta la recessione democratica globale e normalizza l’estrema destra in Europa

Donald Trump

Il mondo non è peggiorato “per caso”. È peggiorato perché la crisi dell’ordine internazionale, già messo a dura prova dalla guerra Russia – Ucraina e dall’espansionismo sistemico della Cina, ha trovato negli Stati Uniti di Donald Trump non più un argine, ma un acceleratore. È questo il cuore politico del World Report 2026 di Human Rights Watch, il sistema globale dei diritti umani è “in pericolo”, e l’ondata autoritaria è ormai “la sfida di una generazione”.

La presidenza Trump viene descritta come una pressione incessante sulle fondamenta dell’ordine basato su regole. La novità, rispetto al passato, non è l’ipocrisia americana, storicamente presente, ma il rovesciamento della funzione, Washington non appare più come garante imperfetto della legalità internazionale, bensì come potenza che rivendica apertamente di non aver bisogno del diritto internazionale e che considera i vincoli democratici interni un intralcio da demolire. In questo senso, il danno non è solo pratico, è culturale. Se la prima democrazia occidentale normalizza l’intimidazione delle università, dei media, della magistratura e persino della società civile, il messaggio globale è devastante.

Il risultato è una “recessione democratica”. Secondo HRW il 72% della popolazione mondiale vive ormai sotto governi autocratici, una cifra che riporta indietro l’orologio ai livelli degli anni Ottanta. È un dato che non va interpretato come statistica astratta, ma come clima politico, la libertà arretra ovunque, perché la libertà, per esistere, ha bisogno anche di alleati internazionali, non solo di costituzioni nazionali.

L’Europa, in teoria, dovrebbe essere il secondo pilastro dell’Occidente democratico. In pratica, è diventata uno spazio vulnerabile, attraversato da pulsioni securitarie e da un’imbarazzante subordinazione strategica. HRW denuncia come le politiche europee per “limitare a tutti i costi” l’immigrazione abbiano prodotto violazioni gravi dei diritti umani, alimentando l’esternalizzazione delle frontiere e la complicità con regimi e apparati repressivi in Tunisia, Libia e Mauritania. In altre parole, l’Europa predica diritti e finanzia muri.

Ancora più inquietante è il processo politico interno, il razzismo e le discriminazioni, scrive il rapporto, vengono aggravati dalla normalizzazione delle narrazioni di estrema destra da parte dei partiti tradizionali. Qui sta la connessione diretta con Trump. Il trumpismo non è solo una politica americana, è un format esportabile. Linguaggio, nemici pubblici, ossessione identitaria, disprezzo per i vincoli giuridici, tutto si trasforma in manuale operativo per chi vuole governare senza essere limitato.

L’Italia, purtroppo, non fa eccezione. Nel Parlamento siedono fans dichiarati di Donald Trump e imitatori della sua retorica muscolare. Non è folclore, è un orientamento politico. Significa scegliere un’idea di democrazia come plebiscito permanente, in cui chi vince pretende di comandare senza controllo, mentre chi dissente viene trattato come ostacolo o traditore. È un modello che piace perché consente scorciatoie, sul piano dei diritti civili, sulla libertà di stampa, sulla separazione dei poteri.

Eppure la realtà sta rendendo Trump una figura sempre più criticata nel mondo. Perché le sue scelte non producono stabilità, ma frattura. Non costruiscono sicurezza, ma conflitto. Non rafforzano l’Occidente, lo indeboliscono.

La domanda, allora, non è se l’ordine internazionale reggerà. La domanda è se le democrazie europee, Italia compresa, vogliono ancora esserlo davvero. E se avranno il coraggio di non importare il peggio dagli Stati Uniti proprio nel momento in cui il mondo ne paga già le conseguenze.