Da mesi il dibattito internazionale ruota attorno a una domanda che molti governi continuano a evitare: fino a che punto il governo Netanyahu potrà spingere il Medio Oriente verso una destabilizzazione permanente senza incontrare una reale opposizione diplomatica?
Gaza è stata soltanto l’inizio. La Cisgiordania continua a vivere una tensione costante. Il Libano è ormai diventato il teatro di bombardamenti e operazioni militari pressoché quotidiani che producono vittime, distruzione e nuove ragioni di odio. Eppure, nonostante l’evidenza dei fatti, gran parte dell’Occidente continua a trattare Israele come un’eccezione politica, uno Stato che può agire oltre ogni limite senza subire conseguenze proporzionate sul piano diplomatico.
Il problema non è Israele come nazione. Il problema è il governo Netanyahu e la sua componente più estremista, rappresentata da figure come Smotrich e Ben Gvir, che sembrano concepire la sicurezza non come un obiettivo politico da perseguire attraverso la stabilità, ma come il risultato di un conflitto permanente. Una logica che rischia di trascinare l’intera regione in una guerra senza fine.
Per anni Washington ha coperto, giustificato o tollerato molte delle scelte del governo israeliano. Oggi, tuttavia, persino negli Stati Uniti emergono crepe evidenti. L’amministrazione americana si trova costretta a fare i conti con una realtà semplice, non può esistere alcuna strategia di stabilizzazione del Medio Oriente se Israele continua ad aprire nuovi fronti e ad alimentare l’escalation regionale.
Vi è però un aspetto che troppo spesso viene ignorato nel dibattito occidentale. L’escalation che ha progressivamente portato allo scontro tra Stati Uniti e Iran non nasce nel vuoto politico. Dietro la crescente tensione regionale si intravede infatti la strategia perseguita per anni da Benjamin Netanyahu, che ha individuato nella contrapposizione con Teheran uno dei pilastri della propria visione geopolitica.
Il premier israeliano ha costantemente lavorato affinché l’Iran venisse percepito come la principale minaccia per l’Occidente, contribuendo a consolidare un clima di confronto permanente che oggi rischia di sfuggire al controllo di tutti gli attori coinvolti. Se Washington e Teheran sono arrivate ad un conflitto armato, sarebbe ingenuo ignorare il ruolo svolto dal governo israeliano nell’alimentare una dinamica di tensione che ormai produce effetti ben oltre i confini del Medio Oriente.
Per questo la questione israeliana non può più essere considerata un problema esclusivamente mediorientale. È diventata una questione globale. Quando le decisioni di un governo contribuiscono ad accrescere il rischio di crisi energetiche, di conflitti regionali e di instabilità economica internazionale, la comunità internazionale ha il diritto e il dovere di intervenire sul piano diplomatico.
L’Europa, in particolare, continua a mostrare una debolezza politica difficilmente giustificabile. L’Unione Europea dispone di strumenti economici, diplomatici e commerciali sufficienti per esercitare una pressione concreta su Israele affinché rispetti il diritto internazionale e persegua una reale de-escalation. Eppure continua troppo spesso a rifugiarsi in dichiarazioni prudenti che non producono alcun effetto tangibile.
Il risultato è sotto gli occhi di tutti, una guerra che si allarga, una regione sempre più instabile e un mondo costretto a subirne le conseguenze.
Se la comunità internazionale vuole davvero difendere la pace, deve abbandonare i doppi standard e le timidezze diplomatiche. Nessun alleato può essere posto al di sopra delle regole che si pretendono dagli altri. Nessun governo può essere autorizzato a mettere a rischio gli equilibri globali senza essere chiamato a risponderne.
La pace in Medio Oriente non passerà attraverso nuovi bombardamenti, ma attraverso la capacità della comunità internazionale di affermare con chiarezza che l’escalation permanente non è una soluzione. È il problema.
