Ci sono titoli che non descrivono soltanto un libro, ma ne anticipano la temperatura morale. “Scricchiolio” è uno di questi. Non evoca ancora il crollo, non annuncia necessariamente la rovina, non indulge nel gusto della profezia catastrofica. Evoca piuttosto un suono più sottile e inquietante: quello che precede la frattura, quello che arriva dalle fondamenta quando la facciata è ancora in piedi, quello che si avverte prima che l’edificio mostri, senza più possibilità di rimozione, le sue crepe interne.
Il libro di Giacomo Gabellini, “Scricchiolio. Le fragili fondamenta di Israele”, pubblicato da Il Cerchio nel 2025, è costruito proprio intorno a questa immagine: Israele non come potenza semplicemente assediata dall’esterno, ma come Stato attraversato da contraddizioni originarie, stratificate e mai davvero risolte. Il testo, nella sua architettura, dichiara fin da subito un’ambizione ampia: dopo la prefazione di Gaetano Colonna e l’introduzione di Valentina Ferranti, si apre con un prologo sul 7 ottobre 2023 e attraversa otto snodi centrali: “Sionismo e redenzione”, “Il Muro di Ferro”, “La Guerra dei Sei Giorni”, “L’instaurazione del modello Sharon”, “La deriva”, “Ombre cinesi”, “Cambio di Paradigma”, “Quale vittoria?”, fino alle conclusioni e alla bibliografia.
Il punto di partenza non è dunque soltanto la guerra di Gaza, né l’attacco di Hamas, né la crisi politica di Benjamin Netanyahu. Gabellini sceglie un altro metodo: risalire all’origine della struttura, interrogare la genealogia dell’idea sionista, leggere lo Stato d’Israele come il risultato di una lunga tensione tra storia religiosa, nazionalismo moderno, colonialismo di insediamento, trauma della persecuzione, progetto statale e logica securitaria.
La tesi è forte, divisiva, destinata a suscitare discussione. Secondo Gabellini, ciò che oggi appare come emergenza – la guerra permanente, l’isolamento internazionale, la radicalizzazione interna, la questione palestinese esplosa in forme sempre più devastanti – sarebbe in realtà l’esito di nodi antichi. Non una deviazione improvvisa, ma una traiettoria, non un incidente della storia, ma il ritorno di una domanda rimossa: può uno Stato fondato su una specifica identità etnico-religiosa mantenersi pienamente democratico quando governa, controlla o marginalizza un altro popolo?
La prefazione di Gaetano Colonna pone già il lettore dentro questo campo minato. La storia ebraica viene definita come un “enigma” millenario: una continuità religiosa, culturale e identitaria che attraversa imperi, persecuzioni, diaspora, distruzioni e rinascite. Ma, sottolinea Colonna, con la nascita dello Stato d’Israele nel 1948 quell’enigma assume una forma nuova: non più soltanto spirituale, culturale o diasporica, ma politica, statale, territoriale. A quel punto l’identità diventa sovranità, la memoria diventa confine, la promessa diventa diritto rivendicato su una terra.
È qui che il libro entra nella sua zona più delicata. Gabellini non affronta Israele come semplice attore geopolitico, ma come costruzione storica nata dall’incontro tra un trauma reale – l’antisemitismo europeo, i pogrom, il fallimento dell’assimilazione, fino alla Shoah – e una soluzione politica precisa: la trasformazione del popolo ebraico in nazione territoriale. Nel primo capitolo, dedicato a “Sionismo e redenzione”, il percorso prende avvio dal 1882, quando Leon Pinsker identifica nella conquista di “una terra nostra” un obiettivo irrinunciabile per il popolo ebraico. Gabellini interpreta quel passaggio come una svolta decisiva: fino ad allora, una parte significativa del pensiero ebraico aveva immaginato la nazione più come legame culturale e solidale che come territorio sovrano. Con Pinsker, e poi con Herzl, la salvezza diventa geografia.
La Palestina non è inizialmente l’unica ipotesi possibile, ma progressivamente diventa il centro simbolico e politico del progetto. Qui il libro insiste su un punto essenziale: il sionismo nasce dentro l’Europa moderna, dentro il secolo dei nazionalismi, ma si distingue dagli altri movimenti nazionali perché rivendica una terra già abitata da altri. La forza del saggio sta proprio nel mettere in relazione l’idealità del ritorno con la materialità della conquista territoriale. Il sogno di sicurezza per un popolo perseguitato si intreccia così con il problema, drammatico e irrisolto, della popolazione araba palestinese.
Il secondo snodo è quello del “Muro di Ferro”, espressione legata a Vladimir Zeev Žabotinskij, padre del sionismo revisionista e riferimento ideologico di una linea politica destinata a incidere profondamente sulla destra israeliana. Qui Gabellini mostra come, nella prospettiva revisionista, la convivenza con la popolazione araba non possa fondarsi su un consenso spontaneo: il progetto sionista, proprio perché percepito dagli arabi come espropriazione, può procedere soltanto dietro una barriera di forza. Il “muro” non è solo fisico: è dottrina, mentalità, postura strategica; è l’idea che la sicurezza preceda la pace e che la pace possa arrivare solo dopo la resa dell’altro.
In questo passaggio, il libro assume una tonalità particolarmente severa: la democrazia israeliana viene riletta come democrazia condizionata dalla necessità di preservare una maggioranza ebraica. La domanda che attraversa le pagine è tagliente: che cosa accade quando l’uguaglianza dei cittadini entra in conflitto con il carattere ebraico dello Stato? La prefazione richiama, a questo proposito, la distanza tra la promessa universalistica contenuta nella Dichiarazione d’indipendenza del 1948 – uguaglianza di diritti senza distinzione di religione, razza o sesso – e la successiva evoluzione legislativa e politica verso l’idea di Israele come Stato-nazione del popolo ebraico.
Il libro non va letto come una critica all’ebraismo in quanto tale, né al popolo ebraico come soggetto storico. Il bersaglio polemico di Gabellini è il sionismo politico nella sua evoluzione statuale, soprattutto nella declinazione revisionista, securitaria e nazional-religiosa. Questa distinzione è decisiva, perché su Israele il linguaggio è sempre un campo di battaglia: basta una parola imprecisa per scivolare dalla critica politica alla generalizzazione identitaria. Il valore del libro, quando è più efficace, sta proprio nell’obbligare il lettore a distinguere tra fede, popolo, diaspora, Stato, governo, esercito, coloni, partiti, correnti ideologiche.
Il 1967 rappresenta, nella ricostruzione di Gabellini, una cesura quasi tellurica. La Guerra dei Sei Giorni non è letta soltanto come una vittoria militare, ma come un’accelerazione teologico-politica. Con la conquista di Gerusalemme Est, della Cisgiordania, di Gaza, del Golan e del Sinai, Israele non amplia soltanto la propria profondità strategica: rientra nei luoghi biblici, nei nomi fondativi, nella geografia sacrale. La guerra produce un surplus di significato; il confine militare diventa destino spirituale; la sicurezza si salda alla redenzione e da quel momento la rinuncia territoriale diventa, per una parte crescente della società israeliana, non solo difficile, ma quasi sacrilega.
È in questo scenario che emerge il ruolo dei coloni e delle correnti nazional-religiose. Gabellini descrive un processo graduale: ciò che inizialmente può apparire come avamposto marginale finisce per incidere sul cuore dello Stato, sulla sua politica, sul suo esercito, sulla sua immaginazione collettiva. La colonizzazione della Cisgiordania non è più soltanto un fatto territoriale, ma una forma di potere. Non sposta solo recinzioni e strade, ma sposta il centro ideologico del Paese.
Il capitolo dedicato al “modello Sharon” è uno dei più politicamente rilevanti. Gabellini rilegge gli Accordi di Oslo e di Taba non come una vera architettura di sovranità palestinese, ma come un sistema di autonomia limitata, frammentata, sorvegliata. Secondo la ricostruzione del libro, Israele avrebbe ottenuto la ripartizione della Cisgiordania e di Gaza in differenti livelli di autonomia, mentre all’Autorità Nazionale Palestinese sarebbero rimaste enclave discontinue, dipendenti da checkpoint, infrastrutture e autorizzazioni controllate da Israele.
Per Gabellini, il controllo israeliano non passa soltanto attraverso l’esercito, ma attraverso l’architettura. Strade, muri, zone militari, insediamenti, permessi, frontiere mobili, punti di passaggio. È una geografia del dominio, una grammatica del movimento negato. La Palestina non viene cancellata in un solo gesto: viene spezzettata, amministrata, resa discontinua. La sovranità palestinese appare come una promessa sempre rinviata, una mappa piena di interruzioni.
Tra le pagine (forse più inquietanti) del libro spicca quella dedicata alla deriva interna di Israele: Gabellini non guarda più solo al conflitto esterno, ma alle crepe che attraversano il Paese dall’interno, là dove società, politica, religione e identità nazionale sembrano procedere su traiettorie sempre più divergenti. Qui Gabellini osserva Israele non più soltanto nel rapporto con i palestinesi, ma dentro se stesso. Il Paese appare diviso in blocchi sociali, culturali, religiosi e politici sempre meno comunicanti. Laici, nazional-religiosi, ultraortodossi, cittadini arabi: mondi che condividono uno Stato, ma non necessariamente una medesima idea di Stato. Questa frattura interna è uno degli elementi più forti del titolo: lo “scricchiolio” non viene solo da Gaza, dall’Iran, da Hezbollah o dalla pressione internazionale. Viene dalla società israeliana stessa.
In questo quadro, la crescita del peso politico dei coloni e della destra radicale diventa centrale. Gabellini cita il progressivo aumento della violenza dei coloni in Cisgiordania, il ruolo di figure come Bezalel Smotrich e Itamar Ben-Gvir, e la compenetrazione sempre più stretta tra insediamenti, apparato militare e decisione politica. Il libro richiama rapporti e testimonianze secondo cui la violenza dei coloni non può essere liquidata come fenomeno marginale o deviante, ma andrebbe letta come parte di una strategia di appropriazione territoriale.
Il 7 ottobre 2023 è il punto in cui tutte queste tensioni esplodono. Il prologo del libro ricostruisce l’Operazione al-Aqsa Flood, lanciata dalle brigate al-Qassam di Hamas nel cinquantesimo anniversario della Guerra dello Yom Kippur. Gabellini descrive il lancio massiccio di razzi, la saturazione dell’Iron Dome, l’ingresso dei miliziani in territorio israeliano via terra e via cielo, la sorpresa delle strutture militari e di intelligence israeliane, il numero altissimo di vittime e ostaggi.
Questo passaggio è fondamentale perché Gabellini non considera il 7 ottobre soltanto come una tragedia e un trauma, ma come una frattura strategica. L’attacco mostra che la barriera tecnologica, la superiorità militare, l’intelligence e la deterrenza non bastano più. Lo Stato che aveva costruito la propria identità sulla sicurezza assoluta si scopre vulnerabile. La fortezza viene violata. E quando una fortezza viene violata, la reazione non è soltanto militare: è esistenziale.
Da qui nasce, secondo il libro, il cambio di paradigma. Prima del 7 ottobre, la gestione di Gaza veniva spesso descritta attraverso la formula del “tagliare l’erba”: contenere periodicamente Hamas, evitare una soluzione politica complessiva, mantenere la Striscia in una condizione di precarietà, mentre l’espansione degli insediamenti proseguiva altrove. Dopo il 7 ottobre, quella logica non regge più, si impone l’idea della “vittoria decisiva”, con tutte le sue implicazioni distruttive. Gabellini cita un sondaggio della Tel Aviv University del gennaio 2024 secondo cui una larghissima parte degli ebrei israeliani riteneva adeguata o insufficiente la forza impiegata da Tsahal a Gaza; nello stesso passaggio, il libro registra il calo del sostegno alla soluzione a due Stati e la crescita dell’ipotesi annessionista.
È qui che il libro diventa più duro. Gabellini legge la guerra di Gaza non soltanto come risposta a Hamas, ma come possibile occasione per ridefinire gli equilibri territoriali, politici e demografici. È una tesi estrema, ma non formulata in modo impressionistico: l’autore la collega al lungo processo di colonizzazione, all’indebolimento della prospettiva dei due Stati, alla crisi dell’Autorità Nazionale Palestinese e al consenso interno costruito attorno alla necessità di ristabilire la deterrenza.
Il capitolo “Ombre cinesi” allarga poi il quadro oltre il conflitto israelo-palestinese. Israele viene collocato dentro la competizione globale: Stati Uniti, Cina, Medio Oriente, rotte commerciali, tecnologia, infrastrutture, intelligence. Questo è un aspetto importante perché impedisce di leggere Israele solo come un Paese in guerra con i palestinesi. Israele è anche un nodo della globalizzazione strategica, una piattaforma tecnologica e militare, un alleato indispensabile per Washington ma anche un attore capace, nel tempo, di costruire rapporti economici complessi con Pechino. La fragilità israeliana, allora, non è solo interna o regionale: è anche sistemica, perché dipende da un ordine internazionale in trasformazione.
Il merito più grande di “Scricchiolio” è la capacità di costruire una genealogia. Il libro non si accontenta della cronaca. Non dice semplicemente: il 7 ottobre è accaduto, Gaza è stata bombardata, Israele è diviso, il Medio Oriente è sull’orlo di una guerra più ampia. Gabellini prova a mostrare come ogni evento sia incastonato in una sequenza: Pinsker, Herzl, Balfour, Žabotinskij, il 1948, il 1967, Oslo, Sharon, Netanyahu, Hamas, Gaza, la Cisgiordania, l’Iran, gli Stati Uniti, la Cina. È una catena lunga, a tratti soffocante, dove il presente appare come la conseguenza di molte decisioni precedenti.
Il limite del libro, proprio per questo, è la sua forte impostazione di tesi. “Scricchiolio” non è un testo neutro. Non cerca una simmetria emotiva tra le paure israeliane e la sofferenza palestinese. Non dedica lo stesso spazio al trauma storico ebraico, alla Shoah, all’antisemitismo contemporaneo, alla paura reale che attraversa la società israeliana, né alla brutalità di Hamas come attore politico-militare islamista. Chi si aspetta una recensione equilibrata nel senso più classico del termine troverà nel libro una postura interpretativa netta: Gabellini non cerca la neutralità, ma concentra il proprio sguardo critico sul progetto sionista e sulle politiche israeliane.
Eppure, proprio questo squilibrio interpretativo è anche ciò che rende il volume rilevante. Non perché tutte le sue conclusioni debbano essere accolte senza riserve, ma perché costringe il lettore a confrontarsi con domande che spesso il dibattito pubblico evita. Quanto pesa l’occupazione sulla trasformazione morale di uno Stato? Quanto la sicurezza può diventare ideologia? Quanto la memoria della persecuzione può convivere con l’esercizio del dominio su un altro popolo? Quanto una democrazia può restare tale se una parte della popolazione sotto il suo controllo non gode degli stessi diritti?
Gabellini scrive un libro scomodo perché tocca il punto più doloroso: Israele è nato per garantire agli ebrei sicurezza dopo secoli di persecuzioni, ma rischia di restare intrappolato in una condizione di guerra permanente. È nato come rifugio, ma si è trasformato anche in potenza occupante; è democrazia per i propri cittadini e, al tempo stesso, potere militare su milioni di palestinesi; è modernità tecnologica e richiamo biblico. È anche start-up nation e terra promessa; trauma storico e potenza regionale; vittima della storia europea e protagonista di una tragedia mediorientale ancora aperta.
Il titolo, allora, diventa la chiave di lettura più efficace. Lo scricchiolio non è solo quello di Israele. È quello di un intero paradigma. Scricchiola l’idea che la superiorità militare possa sostituire la soluzione politica; scricchiola l’illusione che il problema palestinese possa essere amministrato all’infinito; scricchiola la narrazione secondo cui la tecnologia può sigillare la storia dietro un muro; scricchiola la convinzione che una vittoria militare possa cancellare una domanda nazionale. Scricchiola anche l’Occidente, incapace spesso di nominare insieme due verità: il diritto di Israele alla sicurezza e il diritto dei palestinesi alla dignità, alla libertà, alla terra, alla vita politica.
“Scricchiolio. Le fragili fondamenta di Israele” è dunque un saggio necessario non perché offra una verità definitiva, ma perché obbliga a togliere il conflitto israelo-palestinese dalla cronaca emotiva e a rimetterlo dentro la storia. È un libro duro, documentato, attraversato da una tesi potente e controversa. Non consola, non media, non cerca formule diplomatiche. Chiede al lettore di guardare dentro la struttura profonda del conflitto e di ascoltare quel rumore che arriva da sotto: il rumore delle fondamenta quando non reggono più il peso delle contraddizioni accumulate.
E alla fine resta una domanda, forse la più tragica: che cosa significa vincere, per uno Stato che può sconfiggere militarmente i propri nemici ma non riesce a liberarsi dalla guerra?

CHI E’ GIACOMO GABELLINI?
Analista economico e geopolitico, saggista, gestore del canale YouTube «Il Contesto | Analisi economica a geopolitica» e dell’omonimo sito web (www.ilcontesto.net). Ha all’attivo numerose collaborazioni con testate sia italiane che straniere, tra cui le riviste Analisi Difesa, La Fionda, Krisis e il quotidiano cinese Global Times.
