Il Governo degli innocenti

Da quattro anni comanda, denuncia, protesta e cerca colpevoli. C’è solo un dettaglio che continua a sfuggirle: il governo contro cui si scaglia è il suo.

Matteo Piantedosi - Matteo Salvini - Giorgia Meloni

C’è un talento che bisogna riconoscere a Giorgia Meloni, quello di riuscire a governare l’Italia senza assumersi mai la sgradevole responsabilità di governarla. È una specialità tutta sua, una sorta di acrobazia istituzionale nella quale chi tiene il volante si lamenta delle curve, chi comanda denuncia il disordine e chi dispone del potere si atteggia a vittima del potere altrui.

Sono passati quattro anni dall’insediamento del suo governo. Quattro anni nei quali Meloni, Salvini e Piantedosi hanno avuto tempo, numeri parlamentari e strumenti per fare ciò che promettevano. Eppure, a sentirli parlare, sembrano tre reduci dell’opposizione appena usciti da una lunga clandestinità.

Le città sono insicure? Colpa della sinistra. Le periferie esplodono? Colpa del buonismo. L’immigrazione è fuori controllo? Colpa di chi c’era prima. L’economia arranca? Colpa dell’Europa, dei mercati, delle guerre, possibilmente anche del maltempo.

Mai che venga loro il sospetto, sia pure fugace, di avere qualcosa a che fare con il Paese che amministrano.

Prendiamo Milano. Quando le piazze degenerano, quando la violenza prende il posto della protesta e le forze dell’ordine faticano a contenere il disordine, il governo tuona, minaccia, annuncia nuove strette. Benissimo. Ma il ministro dell’Interno si chiama Matteo Piantedosi, non Antonio Gramsci. E la sicurezza pubblica dipende dal Viminale, non dalla segreteria del Partito Democratico.

Se dopo quattro anni occorrono sempre nuove leggi per rimediare all’inefficacia delle precedenti, delle due l’una, o quelle leggi erano propaganda, oppure chi doveva applicarle ha fallito. In entrambi i casi, sarebbe interessante conoscere il responsabile. Basterebbe uno specchio.

Lo stesso vale per l’immigrazione. Dopo anni di proclami, blocchi navali immaginari e promesse di rimpatri, il problema resta. Ma la propaganda continua a funzionare, ogni fallimento diventa la prova che servono più poteri a chi già li possiede.

È un meccanismo perfetto. Almeno per chi governa.

Sul fronte economico, poi, assistiamo a un altro prodigio. Si rivendicano le scelte europee quando vengono approvate e se ne denunciano i vincoli quando arriva il conto. Si promettono risorse che non ci sono, si annunciano svolte che non arrivano e si invocano congiunture internazionali come fossero calamità divine. Trump è un alleato quando conviene, un imbarazzo quando i suoi dazi presentano il conto.

Naturalmente nessun governo può essere ritenuto responsabile di ogni delitto, di ogni crisi o di ogni guerra. Sarebbe sciocco pretenderlo. Ma altrettanto sciocco è accettare che chi governa possa rivendicare ogni merito e attribuire ogni colpa agli altri.

Il problema di Meloni non è che faccia la destra. È che continua a fare l’opposizione. La sua forza politica nasce dalla protesta e sembra incapace di sopravvivere senza un nemico da additare. Se il nemico manca, lo si inventa. Se governa, si comporta come se qualcuno le impedisse di farlo.

Ma Palazzo Chigi non è un palco elettorale. E il governo non è un comizio permanente.

Giorgia Meloni dovrebbe ricordare una regola elementare della politica, che valeva ieri e vale oggi, il potere non si misura dalla capacità di trovare colpevoli, ma da quella di risolvere problemi.

Dopo quattro anni, la domanda non è più chi abbia sbagliato prima.

È che cosa abbiano fatto loro per rimediare.

Perché si può ingannare l’elettorato con uno slogan, ma non si può amministrare una nazione con un alibi.

Presidente Meloni, l’opposizione è finita. Se ne faccia una ragione. E cominci a governare. Anche perché, a giudicare dai risultati, nella prossima legislatura potrebbe avere tutto il tempo per tornare a fare ciò che le riesce meglio, l’opposizione.

Con un vantaggio, finalmente, potrà dare la colpa al governo senza mentire su chi lo guida.