Per più di vent’anni Google è stato il grande crocevia dell’informazione digitale: non scriveva le notizie, ma le rendeva visibili, non produceva inchieste, ma le faceva trovare. In cambio, editori e giornali ricevevano traffico, lettori, pubblicità, abbonamenti. Era un equilibrio fragile ma funzionante, basato su una regola semplice: chi cercava una risposta veniva accompagnato verso la fonte. Oggi quell’equilibrio è saltato. E non è successo solo per arroganza o avidità, ma anche – e soprattutto – per paura.
Facciamo un salto indietro di 2 anni, a quando, nel 2024, Google ha iniziato a rispondere al posto delle fonti introducendo progressivamente una nuova funzione nella ricerca, chiamata AI Overviews: risposte generate dall’intelligenza artificiale che appaiono in cima alla pagina dei risultati e sintetizzano le informazioni prese da siti web e articoli giornalistici. Nel 2025 la funzione è stata estesa a oltre 100 Paesi. Secondo Google, l’obiettivo è “migliorare l’esperienza dell’utente”. Secondo molti editori, è l’inizio di un disastro.
A luglio 2025 Reuters ha rivelato che una coalizione composta da Independent Publishers Alliance (una no-profit di editori indipendenti con sede nel Regno Unito che rappresenta gli interessi di editori indipendenti), dall’organizzazione legale britannica Foxglove e dal gruppo Movement for the Open Web (MOW, anch’essa no profit no-profit che si batte per un web aperto, competitivo e non dominato da pochi colossi tecnologici) ha presentato una denuncia antitrust alla Commissione Europea, sostenendo che Google stia abusando della sua posizione dominante nella ricerca online usando contenuti editoriali per produrre risposte proprie, visibili prima dei link originali.
Nella documentazione inviata alle autorità europee e britanniche, gli editori parlano di “danni sostanziali e irreparabili” e citano cali ponderosi di traffico. In uno studio citato dal Search Engine Journal, alcuni editori (come DMG Media, proprietari di MailOnline e Metro) riportano che il click-through rate (CTR) su ricerche con AI Overviews è calato fino all’89% in alcuni casi, con la percentuale di clic passando da circa il 25% a poco più del 2% per determinate ricerche su Google. Non si tratta di una flessione fisiologica, ma di una perdita che rende economicamente insostenibile la sopravvivenza di molte testate indipendenti.
Google, per contro, afferma pubblicamente che gli editori possono scegliere di non far usare i propri contenuti all’IA. Ma qui nasce uno dei punti più controversi. Secondo quanto spiegato da MOW nel reclamo depositato anche presso la Competition and Markets Authority (CMA), l’autorità antitrust del Regno Unito, impedire l’accesso ai sistemi di scansione dell’intelligenza artificiale significa, nella pratica, rischiare di scomparire anche dai risultati della ricerca tradizionale, perché gli AI Overviews non sono un servizio separato ma integrato nel motore di ricerca.
In altre parole: se un editore vuole proteggere i propri contenuti dall’IA, rischia di perdere l’indicizzazione, e senza indicizzazione su Google, per chi fa informazione online, è quasi come non esistere. È proprio questo uno dei nodi al centro dell’indagine europea: verificare se Google stia sfruttando una posizione di dominio nella ricerca online — una quota di mercato che, secondo le principali rilevazioni indipendenti, si aggira intorno al 90% — per imporre condizioni commerciali che gli editori non hanno realmente la possibilità di rifiutare.
Vi è poi un aspetto ancora più tecnico, ma decisivo. Gli editori denunciano che Google Search Console non distingue il traffico proveniente dalla ricerca tradizionale da quello “assorbito” dagli AI Overviews. Le visualizzazioni nei risultati di ricerca e i click sono aggregati: non è possibile sapere quante visite sarebbero arrivate senza l’intervento dell’IA. Questo significa non poter misurare il danno, non poterlo dimostrare e, di conseguenza, non poter negoziare. È un potere enorme concentrato in un solo attore.
Ma perché Google ha sentito il bisogno di correre così in fretta verso l’intelligenza artificiale? Qui entra in gioco la parte che spesso viene raccontata poco: Google non si è mossa solo per innovare, ma per difendersi. Negli ultimi due anni, l’ascesa di ChatGPT e di altri sistemi di intelligenza artificiale conversazionale ha cambiato il comportamento degli utenti. Sempre più persone non cercano più “su Google”, ma chiedono direttamente all’IA: spiegazioni, riassunti, contesto, perfino notizie.
Nel maggio 2025 Eddy Cue, vicepresidente senior di Apple, ha dichiarato durante un procedimento antitrust negli Stati Uniti che per la prima volta Apple aveva registrato un calo nelle ricerche Google effettuate tramite Safari, suggerendo che una parte degli utenti stava utilizzando strumenti di IA generativa come alternativa alla ricerca tradizionale. La notizia è stata riportata da diversi media internazionali, tra cui The Guardian e Reuters.
Per Google, questo è un segnale esistenziale. La ricerca non è solo un prodotto: è il cuore del suo modello economico, basato sulla pubblicità e sulla raccolta di dati. Se gli utenti smettono di passare dalla pagina dei risultati, Google perde attenzione, dati e ricavi. Da qui la scelta strategica: portare l’IA dentro Google Search, invece di lasciare che gli utenti vadano altrove. Nascono così AI Overviews, AI Mode e l’integrazione sempre più spinta del modello Gemini.
Il problema è che questa difesa ha un costo sistemico. Per competere con ChatGPT, Google ha iniziato a comportarsi come un editore senza esserlo, usando contenuti prodotti da altri per generare risposte proprie. Ma senza traffico, senza ricavi e senza sostenibilità economica, gli editori chiudono. E quando chiudono le redazioni, non resta nessuno a verificare, contestualizzare, correggere.
Reuters, nel raccontare l’indagine europea, avverte che il rischio non è solo economico ma riguarda il pluralismo dell’informazione e, di conseguenza, la qualità del dibattito pubblico. È un paradosso profondo: per non perdere utenti a favore delle IA esterne, Google rischia di impoverire proprio quell’ecosistema informativo da cui le IA – comprese le sue – traggono nutrimento.
Nessuno degli editori coinvolti chiede di fermare l’intelligenza artificiale, sarebbe come chiedere di arrestare il futuro. Ciò che reclamano sono regole chiare, trasparenza, una reale possibilità di scelta e una redistribuzione equa del valore generato. Perché un’IA può sintetizzare una notizia, ma non può sostituire il lavoro giornalistico, e se le fonti muoiono, anche le risposte automatiche diventeranno sempre più vuote, autoreferenziali e pericolose.
La partita è già aperta nei tribunali statunitensi e nell’ambito delle procedure antitrust europee. Ma il suo esito riguarda tutti: chi controlla la ricerca controlla il flusso del denaro e decide quali voci possono restare in piedi. Questa volta, però, la posta in gioco non è solo il futuro di Google o dei giornali: è il futuro stesso dell’informazione nell’era dell’intelligenza artificiale.
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