Carmelo Burgio ha un problema con l’antifascismo. Non con il fascismo, si badi, quello, ci assicura, non lo rivuole. Nella sua ultima intervista dice che non gli piace l’impero, non gli piace la stampa imbavagliata, non gli piacciono il corporativismo, le velleità militari e le guerre criminali. Insomma, del fascismo respinge quasi tutto. Ma definirsi antifascista, questo no. Sarebbe troppo.
È una posizione curiosa, ma istruttiva.
Il candidato sindaco di Futuro Nazionale sostiene che l’antifascismo sia stato «troppo politicizzato». Può darsi. In Italia siamo riusciti a politicizzare persino la carbonara, figuriamoci la Resistenza. Ma dall’abuso di una parola non discende necessariamente la falsità della cosa che quella parola indica.
Burgio preferisce un’altra strada, più tortuosa e assai frequentata, ricordarci che milioni di italiani aderirono al fascismo e che alcuni futuri antifascisti ebbero trascorsi fascisti.
Vero. E dunque?
La storia non è un tribunale nel quale l’imputato viene assolto perché aveva molti amici. Che il fascismo abbia goduto di un vasto consenso non ne attenua le responsabilità, semmai rende più interessante, e più inquietante, capire come una dittatura riesca a conquistare consenso. Quanto agli italiani che furono fascisti prima di diventare antifascisti, la loro esistenza dimostra una banalità che il revisionismo trasforma volentieri in rivelazione, gli uomini cambiano idea. Talvolta persino in meglio.
Più impegnativa è l’affermazione secondo cui sarebbe stata “contrabbandata una storia della Resistenza” per fabbricare una realtà a uso politico. La Resistenza, naturalmente, può e deve essere studiata senza santini, ebbe contraddizioni, divisioni, vendette, zone oscure. La storiografia serve precisamente a questo. Ma una cosa è sottrarre la Resistenza alla retorica, altra è suggerire che, caduta la retorica, cada con essa la sostanza.
E la sostanza è ostinata, da una parte c’era una dittatura diventata regime, con le libertà soppresse e le leggi razziali, dall’altra uomini e donne, diversissimi tra loro, che contribuirono a combattere fascismo e occupazione nazista. Non erano tutti eroi. Non occorre che lo fossero.
Burgio dice inoltre che potrebbe definirsi antifascista soltanto se il fascismo esistesse ancora. È un ragionamento singolare. Seguendolo, bisognerebbe smettere di dichiararsi contrari a qualunque tragedia politica che non abbia oggi un ufficio aperto sotto casa.
Il punto, forse, è proprio questo. Nessuno pretende da Burgio una tessera dell’ANPI né una professione di fede. Ma chi aspira ad amministrare Milano, città medaglia d’oro alla resistenza, dovrebbe sapere che l’antifascismo democratico non è una seduta spiritica per evocare Mussolini. È il rifiuto di un metodo di potere e di ciò che quel metodo produsse.
Burgio dice che il fascismo non tornerà.
Speriamo abbia ragione.
Ma per esserne così sicuro, non si capisce perché gli dia tanto fastidio chi continua a ricordare perché non dovrebbe tornare.
