Condanna a 25 anni per Rosa Capuano: la confessione shock e la svolta

Una vicenda drammatica che ha sconvolto la comunità mantovana trova oggi un primo, fondamentale verdetto giudiziario. La Corte d'Assise ha emesso la sentenza per l'omicidio di Francesco Capuano, freddato nel suo garage nel dicembre del 2024.

Condanna Rosa Capuano Suzzara

Si è chiuso nel pomeriggio di oggi, giovedì 5 novembre, il processo di primo grado in Corte d’Assise relativo all’omicidio di Francesco Capuano, l’uomo trovato privo di vita il 23 dicembre 2024 all’interno del garage della sua abitazione a Suzzara, in provincia di Mantova. I giudici hanno inflitto una condanna a 25 anni di reclusione alla figlia della vittima, Rosa Capuano, finita al centro delle indagini e successivamente arrestata nei mesi successivi al delitto.

Nel corso della camera di consiglio, la Corte ha escluso l’aggravante dei motivi abietti e futili, riconoscendo invece le aggravanti generiche equivalenti alle restanti contestazioni mosse dall’accusa, ovvero la premeditazione e l’aver agito nei confronti dell’ascendente. Una decisione che delinea con chiarezza le responsabilità penali dell’imputata dopo mesi di dibattimento e colpi di scena.

Dalle indagini sul testamento all’arma nascosta nel beauty case

Il delitto risale alla fine del 2024, quando Francesco Capuano fu raggiunto da tre colpi di pistola esplosi a bruciapelo nel garage di casa. A dare l’allarme era stata proprio la figlia Rosa, la quale aveva affermato di aver rinvenuto casualmente il corpo senza vita del genitore. Tuttavia, i rilievi scientifici eseguiti dai Carabinieri e dai Ris avevano immediatamente fatto vacillare la versione fornita dalla donna.

Il cerchio delle indagini si era stretto nel marzo del 2025, culminando nell’arresto della quarantaseienne. Elemento chiave dell’inchiesta, coordinata dalla Procura, era stato il ritrovamento, all’interno di un beauty case a Giugliano in Campania (durante un soggiorno presso alcuni parenti), di un revolver calibro 22 non censito, accompagnato da proiettili e bossoli compatibili con quelli utilizzati per l’esecuzione. Accanto all’arma, gli inquirenti avevano posto sotto sequestro un testamento olografo del 2016 in cui l’anziano nominava la figlia unica erede universale, tagliando fuori gli altri fratelli.

Il movente tra patrimonio e il profilo del “padre-padrone”

Nel corso delle udienze davanti alla Corte d’Assise, il quadro motivazionale emerso dagli atti si è mosso su un doppio binario. Da un lato la brama di impossessarsi interamente del patrimonio di famiglia, dall’altro l’esasperazione per una convivenza ritenuta soffocante. Rosa Capuano ha descritto il genitore come una figura fortemente possessiva, un “padre-padrone” che, pretendendo attenzioni e cure costanti, l’avrebbe costretta a una condizione di isolamento domestico e di totale dipendenza psicologica.

Nonostante l’enorme mole di indizi di colpevolezza raccolti dagli investigatori, tra cui il silenzio iniziale serbato dall’indagata all’indomani del fermo presso la casa circondariale di Mantova, la donna si era proclamata strenuamente innocente per l’intero dibattimento, sostenendo la tesi alternativa di un assassinio compiuto da un estraneo squilibrato.

La confessione in aula e la fine del muro di omertà

La svolta emotiva e processuale si è consumata proprio nelle battute finali del procedimento. Questa mattina, poche ore prima che i giudici si ritirassero per emettere il verdetto, Rosa Capuano ha deciso di cedere e di vuotare il sacco. Davanti alla Corte ha ammesso le proprie responsabilità, confessando di aver sparato lei stessa al padre e motivando il gesto con un disperato grido di esasperazione: “Non ne potevo più”. Una confessione tardiva che, sebbene non abbia evitato una condanna severissima a 25 anni di carcere, ha posto fine alla linea difensiva dell’innocenza portata avanti per mesi.