Presentato all’ultimo Festival di Venezia e ora nelle sale cinematografiche, “Dio ride” di Giovanni Veronesi si presenta come un oggetto narrativo singolare e sfaccettato. Pur radicandosi nel solco della commedia di marca toscana — ritmata, caustica, popolata da macchiette vive e paesaggi umani che ricordano il cinema di L’armata Brancaleone —, l’opera affronta con inaspettata gravità il rapporto tra l’individuo, il dogma e il proprio modo di vivere la fede.
La vicenda si sviluppa nel 1652, in un’Italia centrale messa in ginocchio dalla peste e dalle disuguaglianze sociali. In questo contesto cupo emerge la figura di frate Leopoldo da Casamacchia, interpretato da un intenso Pierfrancesco Favino. Leopoldo non è un religioso tradizionale: rifiuta la rigidità del latino liturgico e preferisce rivolgersi al popolo con un linguaggio colloquiale, colorato e venato di ironia. Le sue parabole giocose attirano folle di contadini e indigenti, desiderosi di conforto e finalmente capaci di comprendere la parola divina.
Questa popolarità, tuttavia, suscita l’immediata ostilità delle autorità costituite. Da un lato Fra Monaldo (Maurizio Lombardi), superiore del convento che ospita Leopoldo, ne condanna l’atteggiamento ritenendolo irriguardoso; dall’altro il conte locale (Lorenzo Frediani) teme l’impatto sovversivo di un frate così amato dalle masse.
Lo scontro di menti: l’Inquisizione, il Cardinale Maculani e l’eredità di Galileo
L’eco delle prediche di Leopoldo arriva fino al Vaticano, spingendo Papa Innocenzo X (interpretato da Carlo Cecchi) a prendere provvedimenti. Per gestire il caso viene inviato sul posto il Cardinale Maculani, a cui dà volto e misura un magnifico Silvio Orlando. Maculani è un inquisitore d’esperienza, uomo politico cinico e disincantato, noto per essere riuscito nell’impresa di far firmare l’abiura a Galileo Galilei.
Quello che sulla carta dovrebbe essere un rapido intervento di disciplina ecclesiastica si trasforma in un duello dialettico profondo. Maculani comprende subito che piegare Leopoldo sarà paradossalmente più complesso che gestire l’abiura dello scienziato pisano: il frate non difende una teoria scientifica, ma il diritto stesso degli uomini alla gioia e alla risata. Nonostante la distanza ideologica, tra l’inquisitore e il religioso si crea un inaspettato canale di ascolto e rispetto reciproco. Maculani, conscio dei meccanismi del potere e della miopia dei dogmi («pure i preti sono sciocchi, per loro tutto è merito di Dio o colpa del demonio»), finisce per prendere a cuore la vicenda dell’accusato, pur muovendosi all’interno di un sistema giudiziario implacabile.
Al fianco del frate rimangono poche figure fedeli: il giovanissimo confratello che lo accompagna nei viaggi (Francesco Gheghi) e la contessina Isabella Del Debbio (Alma Noce), unica esponente della nobiltà locale disposta a difendere la causa dell’eretico. Nel cast spicca anche la partecipazione straordinaria di Paolo Rossi, capace di regalare un’interpretazione memorabile in un piccolo ruolo di contorno.
La costruzione del personaggio e la ricerca linguistica di Favino
Per dare vita a frate Leopoldo, Pierfrancesco Favino ha condotto un approfondito lavoro di preparazione insieme al regista Veronesi, attingendo a fonti storiche dirette e documenti processuali d’epoca per recuperare termini e modalità espressive del Seicento. La figura del frate guarda esplicitamente alla lezione della Commedia dell’Arte e alla maschera del giullare, con un rimando dichiarato alla tradizione teatrale e politica di Dario Fo.
L’attore ha sottolineato come la figura inizialmente pensata come puramente estroversa si sia evoluta durante la fase di lettura del copione: il registro comico si è arricchito della consapevolezza del peso sociale e spirituale che la fede comporta. Per garantire veridicità storica al racconto, Veronesi si è avvalso anche della consulenza della sorella, storica specializzata nel periodo secentesco, permettendo al film di combinare la finzione narrativa con un rigore d’ambiente fedele al clima dell’epoca.
La risata come sovversione e i rischi del dogmatismo “puro”
Sul piano concettuale, “Dio ride” richiama la celebre lezione di Umberto Eco ne Il nome della rosa: il potere, in particolare quello autoritario o religioso, teme la risata poiché essa depotenzia la paura, lo strumento primario attraverso cui l’autorità esercita la propria influenza. Nel momento in cui il popolo impara a ridere delle proprie sventure o del sacro, l’aura di intoccabilità delle istituzioni inizia a incrinarsi.
Il film evita tuttavia di trasformarsi in un’agiografia priva di sfumature. La narrazione mette in luce anche le contraddizioni e le fragilità del protagonista: frate Leopoldo appare talvolta al contempo umile e venato di un’inconsapevole arroganza, rischiando di far scivolare la propria genuinità in una forma di santità compiaciuta. Come notato dallo stesso Favino nel corso della presentazione del film, l’ostinata fedeltà a se stessi e la certezza incrollabile della propria purezza possono rivelarsi atteggiamenti complessi e talvolta rischiosi in tempi di forte polarizzazione. La vera virtù mostrata dal film — e incarnata soprattutto dal disincanto critico del Cardinale Maculani — risiede nella capacità di mantenere aperto il dubbio, rifiutando sia il dogmatismo dell’autorità sia il fanatismo di chi si considera portatore unico della verità.
