Il nazista della porta accanto

Due milioni di tedeschi non sono la Germania. Però quando paura, nostalgia e propaganda marciano insieme, far finta di niente diventa pericoloso

Alice Weidel (AfD)

Calma. I nazisti non hanno conquistato Berlino. Per ora hanno conquistato parecchi voti in Sassonia-Anhalt, che è una cosa seria, ma non è ancora il Quarto Reich.

La Sassonia-Anhalt ha poco più di due milioni di abitanti, molti anziani e molti giovani che, appena hanno potuto, sono andati a cercare lavoro altrove. Non è esattamente il cuore pulsante del miracolo tedesco. È piuttosto una delle sue periferie, salari più bassi, spopolamento, nostalgia della DDR e quella particolare malinconia di chi, quando sente parlare del futuro, sospetta che si stia parlando del futuro degli altri.

In questo terreno l’AfD prospera come l’ortica nei cortili abbandonati.

Ulrich Siegmund ne ha capito perfettamente la botanica. Putin? Incompreso. L’Ucraina? Una guerra che l’Occidente avrebbe provocato. Gli immigrati? Via. Non necessariamente quelli veri, però. Quelli servono. Guidano taxi, assistono anziani, lavorano negli ospedali, nelle fabbriche e nei cantieri. Il migrante elettoralmente più utile è quello immaginario, non chiede stipendio, non paga tasse e soprattutto può commettere contemporaneamente tutti i delitti che gli vengono attribuiti.

È il delinquente perfetto perché non ha bisogno di esistere.

Naturalmente sarebbe troppo comodo spiegare tutto con la parola “nazisti”. L’AfD cresce anche grazie ai suoi avversari. Da anni il centrodestra tedesco tenta di fermare la destra radicale correndole dietro. È una tecnica curiosa, per impedire al cliente di entrare nella bettola, si trasferisce il ristorante nella bettola.

Friedrich Merz ha pensato che bastasse mostrare i muscoli sull’immigrazione, riscoprire qualche fibra nazionale e parlare la lingua della paura con un accento più educato. Ma l’elettore che desidera l’originale raramente compra la fotocopia.

E la sinistra? Anche lei ha le sue responsabilità. Ha spesso discusso d’immigrazione come se bastasse dichiararsi buoni per governare un fenomeno complicato. I migranti servono all’Europa, che invecchia e manca di lavoratori. Ma accogliere significa anche integrare, insegnare la lingua, pretendere il rispetto delle leggi, impedire i ghetti. Altrimenti prima si fabbrica l’emarginazione e poi la si consegna alla destra affinché la trasformi in propaganda.

L’Europa dovrebbe ricominciare da qui. Non da Trump, non da Putin, non dai piccoli Cesari nazionali che promettono sovranità come i venditori di elisir promettevano capelli ai calvi.

Abbiamo inventato, con fatica e parecchi milioni di morti, qualcosa di abbastanza raro, un continente nel quale la tortura è illegale, la pena di morte è bandita, due uomini o due donne possono sposarsi e un malato povero conserva almeno il diritto di bussare alla porta di un ospedale.

Non è il paradiso. Talvolta non funziona neppure il pronto soccorso. Ma è meglio dei paradisi promessi dagli autocrati.

Siegmund appartiene anche a quella fauna politica che diffida dei vaccini, delle élite, degli esperti e possibilmente dell’euro. È l’uomo moderno che non crede al medico ma crede al guru, sospetta dell’università ma non di un video su Internet, teme Bruxelles e guarda Mosca con indulgenza.

Non lo si sconfiggerà chiamando nazista ogni suo elettore.

Lo si sconfiggerà togliendogli la paura da sotto i piedi.

Perché i demagoghi hanno un difetto, senza paura, restano soltanto demagoghi.