Donald Trump deve avere un rapporto difficile con la geografia. Quando una carta geografica non gli piace, invece di studiarla la corregge. È un metodo certamente più rapido e, soprattutto, evita quella fastidiosa incombenza che consiste nel fare i conti con la realtà.
Dopo il Golfo del Messico, promosso d’autorità a Golfo d’America, è arrivato il turno del Lago Ontario, che nella nuova toponomastica imperiale dovrebbe diventare “Lake America”. Quattro secoli di storia, un nome di origine indigena e qualche milione di canadesi possono accomodarsi fuori, il Presidente ha parlato.
Google, diligente come soltanto i grandi colossi sanno esserlo quando davanti hanno il potere, si è adeguata per gli utenti americani. Apple, almeno per ora, conserva Lake Ontario. Una piccola resistenza cartografica nell’epoca in cui persino gli atlanti sembrano dover chiedere il permesso alla Casa Bianca.
Si potrebbe liquidare tutto come una delle solite trovate trumpiane, metà proclama e metà spettacolo. Sarebbe consolante, se nel frattempo lo spettacolo non avesse conseguenze tremendamente serie.
Perché dietro la buffonata del lago c’è una concezione del mondo assai meno divertente, l’America non tratta più gli alleati, li mette alla prova. Se protestano, diventano ingrati, se commerciano, sono approfittatori, se producono componenti indispensabili all’industria americana, stanno “truffando” gli Stati Uniti.
Il Canada, alleato storico e parte di una filiera automobilistica che attraversa il confine come se quel confine quasi non esistesse, è diventato improvvisamente un nemico economico. Trump dice di non volere automobili canadesi, pezzi canadesi, nulla di canadese. Peccato che parecchi motori dei suoi amatissimi Ford F-150 vengano costruiti proprio a Windsor, in Ontario. La realtà, evidentemente, non ha ancora ricevuto l’ordine esecutivo di adeguarsi.
E questo gusto per le decisioni unilaterali non si ferma alle targhe dei laghi. Lo abbiamo visto anche nella politica verso l’Iran, con ripercussioni internazionali che arrivano dritte alle economie europee e al prezzo dell’energia. Quando Washington scuote il tavolo, a pagare i bicchieri rotti non sono soltanto gli americani.
L’Italia dovrebbe averlo capito. Giorgia Meloni ha investito molto nel rapporto politico con Trump e con il mondo conservatore che egli rappresenta. Ma essere amici degli Stati Uniti è una necessità strategica, confondere l’amicizia con l’acquiescenza è tutt’altra faccenda. Un alleato dovrebbe poter dire all’altro che una sciocchezza resta una sciocchezza anche quando viene firmata nello Studio Ovale.
Doug Ford ha detto che nessuno chiamerà davvero quel lago “Lake America”. Probabilmente ha ragione.
I presidenti possono firmare decreti. Google può cambiare un’etichetta. I governi possono perfino convincersi di poter ribattezzare la storia.
Il lago, per fortuna, continuerà a chiamarsi Ontario.
E soprattutto continuerà a fregarsene.
