“Porto sempre con me la Carta delle Nazioni Unite. Sempre. Vedete, questa volta è tornata utile”. Sergej Lavrov ha estratto il documento davanti ai giornalisti per rispondere alla protesta con cui Tokyo aveva condannato la visita di Vladimir Putin sull’isola di Iturup. Un gesto studiato per sostenere una tesi precisa: dal punto di vista di Mosca, la sovranità russa sulle Curili meridionali non è più materia di negoziato, ma uno degli esiti territoriali della Seconda guerra mondiale.
Il ministro degli Esteri russo ha accusato i rappresentanti del governo giapponese di avere “superato ogni limite di decenza”, pretendendo di stabilire quali regioni della Federazione Russa possa visitare il suo presidente. “I nostri colleghi e vicini giapponesi hanno oltrepassato ogni limite con dichiarazioni assolutamente inaccettabili secondo cui il presidente della Russia non potrebbe visitare una determinata regione del territorio del proprio Paese”, ha affermato Lavrov il 17 agosto 2026, secondo quanto riportato dall’agenzia Anadolu.
Al centro dello scontro ci sono quattro territori amministrati dalla Russia ma rivendicati dal Giappone: Iturup, Kunašir, Šikotan e il gruppo delle Habomai. Mosca li definisce Curili meridionali; Tokyo li chiama Territori del Nord e sostiene che non facciano parte delle Curili alle quali il Giappone rinunciò dopo la guerra.

Il 13 agosto Putin ha visitato Iturup, Etorofu per i giapponesi. Si è recato in una scuola, in un ospedale e in un impianto per la lavorazione del pesce, incontrando anche il governatore dell’oblast’ di Sachalin, Valerij Limarenko. È stata la prima visita di Putin nell’arcipelago conteso. Il primo leader russo a recarvisi era stato Dmitrij Medvedev nel 2010.

La prima ministra giapponese Sanae Takaichi ha definito il viaggio “assolutamente inaccettabile” e lesivo dei sentimenti della popolazione giapponese. Il ministro degli Esteri Toshimitsu Motegi ha quindi convocato l’ambasciatore russo a Tokyo, Nikolaj Nozdrev, presentando una protesta formale. In una dichiarazione pubblicata quello stesso giorno, il ministero degli Esteri giapponese ha ribadito che i Territori del Nord, compresa Etorofu, sarebbero “parte integrante del territorio del Giappone alla luce dei fatti storici e in base al diritto internazionale”.

La risposta di Mosca è arrivata attraverso la portavoce del ministero degli Esteri, Marija Zacharova, secondo la quale Iturup, “come tutte le Curili”, appartiene legalmente alla Federazione Russa. Zacharova ha accusato Tokyo di essersi spinta fino a “dettare sfacciatamente a Mosca quali regioni del Paese il suo leader possa o non possa visitare”.

La tensione si è così trasferita sul terreno diplomatico. Lavrov aveva annunciato che l’ambasciatore giapponese in Russia, Akira Muto, era atteso al ministero degli Esteri per fornire chiarimenti. Secondo Zacharova, il diplomatico aveva inizialmente comunicato di non poter comparire per motivi di salute. La portavoce russa commentò sarcasticamente che, dopo le parole di Lavrov, le sue condizioni erano “improvvisamente migliorate”.
Muto si presentò il 18 agosto scorso nella sede del ministero degli Esteri russo, in piazza Smolenskaja. A riceverlo fu il viceministro Michail Galuzin, che gli consegnò una protesta formale contro le dichiarazioni di Takaichi e Motegi, definite da Mosca “antirusse”.
“La sovranità e la giurisdizione della Russia sulle Curili meridionali sono assolutamente incrollabili”, comunicò il ministero russo. Galuzin sostenne che le isole erano passate all’Unione Sovietica in conseguenza della guerra, sulla base degli accordi tra le potenze alleate e della Carta delle Nazioni Unite. Avvertì inoltre che, considerando le sanzioni adottate dal Giappone e il suo sostegno all’Ucraina, Mosca si riservava il diritto di assumere “adeguate contromisure”, senza precisarne la natura.
L’ambasciata giapponese riferì che l’incontro era durato circa venti minuti e che Muto aveva esposto “in maniera appropriata” la posizione di Tokyo. È a questo punto che entra in scena la Carta mostrata da Lavrov. Il ministro russo ha richiamato l’articolo 107, una disposizione nata dalle macerie della Seconda guerra mondiale per preservare la validità delle azioni assunte dalle potenze vincitrici nei confronti degli Stati allora nemici. È proprio tra quelle righe, rimaste ferme al 1945, che Mosca individua uno dei fondamenti giuridici della propria sovranità sulle Curili.
L’articolo appartiene alle cosiddette “clausole sugli Stati nemici”, insieme a quelle contenute negli articoli 53 e 77. Quando nacquero le Nazioni Unite riguardavano i Paesi che avevano combattuto contro gli Alleati, compresi Germania, Italia e Giappone. Sono disposizioni figlie di un altro tempo, che Lavrov ha riportato al centro di un contenzioso mai davvero consegnato alla storia.
La norma sostiene una parte del ragionamento russo, perché stabilisce che la Carta non invalida le azioni adottate dalle potenze vincitrici come conseguenza della guerra. Il suo contenuto, tuttavia, non coincide interamente con l’interpretazione proposta da Mosca. L’articolo 107 non nomina le Curili, non traccia il confine russo-giapponese e non attribuisce espressamente le quattro isole all’Unione Sovietica o alla Russia. Conserva la validità delle misure postbelliche, ma non costituisce, preso isolatamente, un titolo territoriale dettagliato.
Le clausole sugli Stati nemici sono ancora formalmente presenti nella Carta perché eliminarle richiederebbe la procedura di revisione prevista dall’articolo 108. Sul piano politico, però, sono considerate obsolete da decenni. Nel 1995 l’Assemblea generale manifestò l’intenzione di cancellarle e nel 2005 i capi di Stato e di governo tornarono a chiederne la soppressione.
Il richiamo di Lavrov, dunque, poggia su una disposizione realmente contenuta nella Carta, ma non basta da solo a mettere la parola fine alla disputa. L’articolo 107 sostiene la lettura russa dell’ordine territoriale nato nel 1945, senza stabilire esplicitamente a chi appartengano le quattro isole contese. Per capire perché, oltre ottant’anni dopo, Mosca e Tokyo siano ancora divise, bisogna tornare agli accordi che ridisegnarono l’Asia sulle macerie della guerra..
Con l’accordo di Jalta del febbraio 1945, Stati Uniti e Regno Unito promisero all’Unione Sovietica il ritorno della parte meridionale di Sachalin e il trasferimento delle Curili in cambio dell’ingresso di Mosca nel conflitto contro il Giappone. L’Unione Sovietica dichiarò guerra a Tokyo l’8 agosto e nelle settimane successive occupò l’arcipelago e le quattro isole meridionali. La popolazione giapponese fu in seguito rimpatriata o espulsa.
Mosca considera quegli avvenimenti parte della sistemazione territoriale stabilita dai vincitori. Tokyo replica che l’accordo di Jalta non era un trattato definitivo di pace e che il Giappone, non avendovi partecipato, non può esserne giuridicamente vincolato. Anche la Dichiarazione di Potsdam, accettata da Tokyo al momento della resa, lascia spazio a interpretazioni divergenti: limitava la sovranità nipponica alle quattro isole principali e agli altri territori minori che sarebbero stati indicati dagli Alleati, senza sciogliere espressamente il nodo delle quattro isole oggi contese.
Il successivo Trattato di pace di San Francisco del 1951 stabilì che il Giappone rinunciava “a ogni diritto, titolo e pretesa sulle Isole Curili” e sulla parte meridionale di Sachalin acquisita nel 1905. Ma il documento non indicò lo Stato beneficiario della rinuncia e l’Unione Sovietica, pur avendo partecipato alla conferenza, non lo firmò.
Tokyo sostiene inoltre che Iturup, Kunašir, Šikotan e Habomai non facessero parte delle Cucili abbandonate con il trattato. La tesi è particolarmente netta per Habomai e Šikotan, mentre risulta più controversa per Iturup e Kunašir, anche alla luce di alcune dichiarazioni rese da rappresentanti giapponesi negli anni Cinquanta.
Il Trattato di San Francisco sancisce quindi la rinuncia giapponese alle Curili, ma non riconosce esplicitamente la sovranità sovietica sull’arcipelago. È in questa lacuna che si sono sviluppate le interpretazioni incompatibili di Mosca e Tokyo.
A dimostrare che la questione non fosse considerata completamente chiusa intervenne, cinque anni dopo, la Dichiarazione congiunta sovietico-giapponese del 1956. Il documento ristabilì le relazioni diplomatiche e pose fine allo stato di guerra. L’Unione Sovietica accettò di trasferire Habomai e Šikotan al Giappone dopo la conclusione di un trattato di pace.
Il verbo utilizzato fu “trasferire”, non “restituire”, una distinzione essenziale per la posizione sovietica. L’intesa avrebbe comunque lasciato Iturup e Kunašir all’URSS, ma il trattato di pace non fu mai firmato. A congelare il compromesso contribuirono l’alleanza tra Giappone e Stati Uniti e il timore di Mosca che sulle isole potessero essere installate strutture militari americane.

Durante il governo di Shinzō Abe, Russia e Giappone tornarono a discutere sulla base della dichiarazione del 1956. Anche quel tentativo si arenò davanti alla sovranità delle isole, alle modalità di un eventuale trasferimento e all’impossibilità per Tokyo di garantire che i territori non sarebbero rientrati nel sistema di sicurezza nippo-americano.

Proprio il ruolo di Washington è tornato in primo piano dopo il viaggio di Putin. L’ambasciatore statunitense in Giappone George Glass ha confermato che gli Stati Uniti riconoscono la sovranità giapponese sui quattro Territori del Nord. Un sostegno politicamente importante per Tokyo, ma destinato ad alimentare le preoccupazioni strategiche russe.
Mosca teme infatti che un eventuale trasferimento delle isole possa estendere verso il Mare di Ochotsk la presenza militare nippo-americana. Il viceministro degli Esteri russo Andrej Rudenko ha perciò respinto l’intervento di Glass, sostenendo che Washington non abbia alcun ruolo nella controversia e non sia parte degli accordi che regolarono l’assetto territoriale dopo la guerra.
Intanto Tokyo ha lasciato aperta la possibilità di una risposta. Secondo indiscrezioni pubblicate dalla stampa asiatica, tra le opzioni valutate figurava anche un ulteriore irrigidimento delle sanzioni. .
Il Giappone applica dal 2022 ampie misure contro la Russia in risposta alla guerra in Ucraina, comprese restrizioni finanziarie, commerciali e individuali che riguardano anche Putin. Mosca ha reagito sospendendo i negoziati sul trattato di pace, le visite senza visto degli ex residenti e il dialogo sulle attività economiche congiunte nelle isole. La disputa territoriale, già irrisolta da decenni, è stata così assorbita dal confronto politico nato intorno al conflitto ucraino.
Ma il valore delle Curili non si esaurisce nella storia o nel diritto. L’arcipelago protegge gli accessi al Mare di Ochotsk, area fondamentale per i sommergibili nucleari lanciamissili della Flotta russa del Pacifico. Gli stretti tra le isole permettono alle unità russe di raggiungere l’oceano, mentre Iturup e Kunašir, vicine a Hokkaidō, garantiscono profondità difensiva e capacità di controllo sulle rotte marittime.
Negli ultimi anni Mosca ha rafforzato la 18ª Divisione artiglieria mitraglieri e ha dislocato sulle isole sistemi missilistici costieri Bastion e Bal, difese antiaeree e nuove infrastrutture logistiche e di sorveglianza. Pochi giorni dopo la visita di Putin, le forze russe hanno condotto esercitazioni missilistiche nella regione con unità navali, sommergibili e batterie costiere. Per il Cremlino si tratta di normali attività difensive sul territorio nazionale; per Tokyo sono l’ulteriore militarizzazione di isole che considera illegalmente occupate.
La controversia finisce così per intrecciarsi con l’intera architettura di sicurezza dell’Asia orientale: l’alleanza tra Washington e Tokyo, il riarmo giapponese, la cooperazione tra Russia e Cina, la questione di Taiwan e i rapporti sempre più stretti tra Mosca e la Corea del Nord.
Durante l’estate del 2026, il ministero della Difesa giapponese ha registrato numerosi transiti di unità russe attraverso gli stretti che circondano il Giappone, oltre ad attività congiunte russo-cinesi nel Pacifico. Mosca e Pechino condividono una narrazione fondata sulla difesa dell’ordine territoriale nato dalla vittoria sul Giappone e sulla denuncia di un possibile ritorno del militarismo nipponico. Tokyo, al contrario, vede nel crescente allineamento tra Russia, Cina e Corea del Nord una delle principali minacce alla propria sicurezza.
Le Curili diventano così molto più di quattro isole contese. Sono il punto in cui la memoria della Seconda guerra mondiale incontra la deterrenza nucleare, il controllo delle rotte marittime e il nuovo sistema di alleanze dell’Indo-Pacifico.
L’articolo 107 mostrato da Lavrov esiste ancora e conserva formalmente il riferimento alle azioni intraprese contro gli Stati nemici della guerra. Non basta, tuttavia, a certificare da solo la sovranità russa sulle quattro isole. Allo stesso modo, la rivendicazione giapponese non può cancellare il controllo esercitato dalla Russia dal 1945, la presenza di una popolazione russa e l’importanza strategica che Mosca attribuisce all’arcipelago.
Il diritto internazionale non offre una formula semplice, perché i documenti del dopoguerra si sovrappongono senza coincidere perfettamente: Jalta promise le Curili all’Unione Sovietica, San Francisco registrò la rinuncia giapponese senza indicarne il beneficiario e la dichiarazione del 1956 ammise la possibilità di trasferire due delle isole.
La realtà politica è più netta: la Russia controlla il territorio e non appare disposta a cederlo; il Giappone continua a rivendicarlo e trova negli Stati Uniti un sostegno decisivo. Ottantun anni dopo la fine della guerra, Mosca e Tokyo sono ancora prive di un trattato di pace e le Curili, anziché diventare il luogo di un compromesso, assumono sempre più il ruolo di frontiera avanzata del nuovo confronto nel Pacifico.
