C’erano tutti gli elementi per immaginare un confronto incerto. Sondaggi prudenti, analisti divisi, la sensazione diffusa di un testa a testa. E invece il risultato ha assunto contorni netti: 14,4 milioni di italiani hanno votato “no”, pari al 53,7 per cento, contro il 46,3 dei “sì”. Uno scarto ampio, difficilmente equivocabile.
Non è soltanto una bocciatura tecnica di una riforma della giustizia. È, prima di tutto, un fatto politico.
Il dato più significativo, forse, è l’affluenza, il 59 per cento degli aventi diritto, ben nove punti sopra le ultime elezioni europee. Un segnale chiaro di mobilitazione, che ha coinvolto in particolare i giovani e che ha trovato nel Nord, tradizionalmente più partecipativo, punte molto elevate. Non si tratta, dunque, di un voto marginale o disattento, gli italiani hanno scelto di partecipare e di esprimersi.
E lo hanno fatto contro.
La riforma proposta dal governo guidato da Giorgia Meloni, sostenuto da Antonio Tajani e Matteo Salvini, nasceva con l’ambizione di intervenire su aspetti sensibili della Costituzione, arrivando a toccare ben sette articoli. Una materia, per sua natura, che richiede un consenso ampio, trasversale, costruito nel dialogo parlamentare e non imposto per via referendaria.
È qui che si annida il nodo politico della sconfitta.
Quando una riforma costituzionale diventa oggetto di un referendum, essa smette di essere solo un testo giuridico e si trasforma inevitabilmente in un giudizio sul governo che la propone. È una dinamica già vista nella storia repubblicana, il merito lascia spazio alla percezione, il contenuto si intreccia con il consenso.
Il risultato di ieri conferma questa regola.
Gli elettori non hanno soltanto valutato la riforma, ma hanno espresso una distanza crescente dall’esecutivo. Il voto contrario, più che una semplice divergenza tecnica, appare come un segnale politico, una parte significativa del Paese non si riconosce più nella direzione intrapresa dal governo.
In questo senso, parlare di “schiaffo politico” non è una forzatura retorica, ma una lettura realistica dei numeri.
Dopo tre anni e mezzo di dominio politico, il governo Meloni registra la prima vera battuta d’arresto. Cade l’idea di un consenso impermeabile, di una leadership inattaccabile. Il referendum ha riportato la competizione politica dentro un equilibrio più tradizionale, dove il consenso si costruisce e si perde.
Resta ora da capire quali saranno le conseguenze.
Nel breve periodo, è probabile che il governo cerchi di ridimensionare la portata del voto, riportandolo sul piano tecnico. Ma nel medio periodo sarà difficile ignorare un segnale così netto. Le riforme istituzionali, soprattutto quando incidono sulla Costituzione, non possono prescindere da un coinvolgimento più ampio delle opposizioni e della società civile.
Il messaggio degli elettori sembra essere proprio questo, le regole fondamentali del sistema non si cambiano a colpi di maggioranza.
In prospettiva, questo risultato potrebbe pesare anche sulle prossime elezioni politiche. Non tanto per un effetto immediato sui numeri, quanto per il clima che contribuisce a creare, un clima in cui l’egemonia del governo appare meno solida, più esposta, più discutibile.
Il referendum, dunque, non chiude una partita. Ne apre un’altra.
E ricorda, ancora una volta, che nella democrazia italiana il consenso non è mai definitivo.
