In Russia, il cielo che non si spegne

Dalla saturazione alla normalizzazione: come la guerra dei droni sta trasformando - non spezzando - la difesa aerea russa

Esame dei resti di un drone abbattuto durante la notte (Fonte, Telegram).
Il 22 marzo scorso non è stata una notte eccezionale ma, proprio per questo, è importante evidenziarla. Secondo quanto riportato da RIA Novosti, citando il Ministero della Difesa russo, tra le 20 e le 23 sono stati intercettati 36 droni sopraBelgorod, Voronezh, Kaluga e la regione di Mosca, con alcuni diretti verso la capitale. Non ci sono cifre record, non ci sono numeri da prima pagina: non vi è nulla che suggerisca un evento straordinario. Eppure, è esattamente qui che si coglie il cambiamento. Perché appena ventiquattro ore prima, il 21 marzo, RBC riportava 283 droni abbattuti in una sola notte, mentre Vedomosti citava un dato ancora più ampio: 668 UAV neutralizzati in 24 ore. Nello stesso arco temporale, Interfax aggiungeva altri 54 droni distrutti in poche ore su un’area che includeva Mosca e diverse regioni interne. Due fotografie opposte solo in apparenza. In realtà, due momenti della stessa trasformazione.

All’inizio del mese, il quadro era ancora leggibile secondo logiche tradizionali. Attacco, risposta, pausa. Il 2 marzo, secondo Interfax, oltre 170 droni sono stati intercettati durante la notte, con una concentrazione tra Crimea e Mar d’Azov. Il 4 marzo, la difesa aerea ha operato in due fasi successive: 76 UAV abbattuti nelle ore centrali della giornata, seguiti da altri 34 nel pomeriggio. È stato un primo segnale: la difesa non rispondeva più a un singolo evento, ma a una sequenza. Il 5 marzo, RBC ha poi confermato il baricentro strategico: 83 droni abbattuti, di cui 56 sopra la Crimea. “La difesa aerea intercetta la maggior parte degli obiettivi, ma i detriti continuano a provocare danni sul territorio”, ha raccontato Kommersant il giorno successivo, con effetti a terra e civili feriti a Sebastopoli a causa dei frammenti.

In pratica, la difesa funziona, ma non isola completamente il campo di battaglia. Andiamo alla lunga notte della Crimea, tra il 12 e il 13 marzo, che rappresenta un punto di accumulo. Sempre secondo Kommersant, 176 droni sono stati intercettati, con 80 sulla Crimea e il resto distribuito tra Adighezia, Krasnodar e Mar d’Azov. Il governatore di Sebastopoli, Michail Vladimirovič Razvožaev, ha parlato di uno degli attacchi più prolungati, con 53 UAV distrutti nella sola area urbana: “È stato uno degli attacchi più intensi degli ultimi tempi. Le forze di difesa aerea e la Flotta del Mar Nero hanno distrutto decine di UAV”Non è solo una questione di quantità: è una questione di durata.

Il giorno successivo, il 14 marzo, Meduza ha riportato: “A seguito della caduta dei frammenti di UAV, si sono verificati incendi in strutture industriali”, documentando 87 droni abbattuti e segnalando incendi e danni in infrastrutture portuali ed energetiche, tra cui il porto di Kavkaz e la raffineria di Afipskij. Questo conferma che il sistema difensivo intercetta, ma produce effetti collaterali inevitabili e Mosca non è più fuori dal sistema.

Tra il 15 e il 16 marzo è avvenuto il passaggio più rilevante. Il quotidiano Vedomosti ha riferito di 145 droni abbattuti, con 53 nella regione di Mosca. Il sindaco Sergej Semënovič  Sobjanin ha parlato esplicitamente di UAV diretti verso la capitale. Mosca entra nel ciclo operativo, non come eccezione, ma come nodo. Nello stesso momento, gli aeroporti di Šeremet’evo, Domodedovo, Vnukovo e Žukovskij subiscono restrizioni operative. Il cielo civile diventa una variabile della difesa.

E qui la saturazione sta iniziando a prendere forma: il 17 marzo sono stati abbattuti 206 droni, il giorno successivo altri 85. Poi è arrivato il 21 marzo, con una delle sequenze più dense dell’intero conflitto: 283 UAV nella notte (fonte, RBC), 54 nelle ore successive (fonte, Interfax), 66 nella fascia serale precedente (fonte, TASS), 668 in 24 ore (fonte, Vedomosti). Non è stato un picco isolato ma una struttura a ondate.

Vi è però una crepa interpretativa. A metà mese, qualcosa cambia anche nel modo in cui la guerra viene raccontata. Il 16 marzo, il sito russo Pravda.ru introduce apertamente il tema della “saturazione della PVO”, sostenendo che la strategia ucraina miri a esaurire il sistema difensivo con ondate di bersagli semplici. In parallelo, questa chiave interpretativa emerge anche nello spazio informativo russofono di matrice occidentale: la BBC News Russian, attiva online nonostante il blocco in Russia, ha più volte analizzato come la pressione dei droni stia costringendo la difesa aerea russa a operare su più livelli e su tempi sempre più prolungati.

Qui si inserisce un elemento centrale, troppo spesso sottovalutato: la Russia non è solo difesa perché mentre difende il proprio spazio aereo, continua parallelamente a colpire l’Ucraina in profondità, mantenendo una pressione costante su infrastrutture energetiche, logistiche e industriali. Secondo analisi convergenti pubblicate nel marzo 2026 da think tank come l’Institute for the Study of War e rilanciate da media internazionali come Reuters e BBC, Mosca continua a utilizzare in modo sistematico attacchi a lungo raggio, combinando missili e droni per colpire in profondità il territorio ucraino. Le forze russe proseguono quindi campagne coordinate contro infrastrutture critiche ucraine, mantenendo una capacità costante di proiezione offensiva. Sul piano terrestre, le stesse fonti descrivono un andamento meno spettacolare ma più significativo: l’esercito russomantiene l’iniziativa in diversi settori del fronte, avanzando gradualmente e consolidando le posizioni conquistate.

Questo è il punto chiave: la Russia non sta semplicemente resistendo. Sta operando su due livelli contemporaneamente – difensivo e offensivo – dentro una logica di attrito prolungato.

Il sistema russo, a prescindere dalle narrazioni parallele e facilmente confutabili, non mostra segnali di collasso. Le fonti disponibili, sia russe sia occidentali, non offrono evidenze di una crisi strutturale della difesa aerea. Al contrario, indicano una capacità ancora elevata di intercettazione, la protezione degli snodi strategici e una difesa multilivello basata su sistemi come S-300, S-400 e piattaforme più avanzate. Ma ciò che emerge con maggiore chiarezza è un cambiamento nella natura dello sforzo.

La Russia continua a difendersi, ma è costretta a farlo su una scala sempre più ampia, su più regioni contemporaneamente e con una frequenza crescente. Questo implica un impiego costante di risorse, uomini e sistemi, in un contesto che non è più episodico ma continuo. Questo quadro si inserisce nelle valutazioni economiche del 2026: la spesa militare russa ha raggiunto livelli strutturali elevati, sostenuti nel tempo, segno di una transizione ormai consolidata verso un’economia di guerra.

Dall’altra parte, l’Ucraina ha trasformato la guerra dei droni in un sistema industriale. Produzione elevata, costi ridotti e innovazione continua rendono l’attacco più sostenibile della difesa. Non si tratta di un vantaggio immediato sul piano militare, ma di una dinamica che incide nel tempo.

A marzo 2026, stiamo assistendo ad una guerra di adattamento con una Russia camaleontica che, nonostante le sanzioni, non perde la capacità di difendersi, ma deve ridistribuire continuamente il proprio sistema. L’Ucraina non distrugge sistematicamente la PVO, ma riesce a mantenerla sotto pressione costante. In questo equilibrio instabile, emerge un dato solido: la Russia mantiene un vantaggio territoriale e una capacità offensiva significativa, mentre l’Ucraina agisce sempre più sul piano della logorazione sistemica della difesa aerea russa, mantenuta sotto pressione continua.

Il confronto non si gioca più sulla singola intercettazione o sul singolo attacco, ma sulla sostenibilità nel tempo. Perché una difesa può essere efficace anche sotto pressione, ma quando la pressione diventa permanente, l’efficacia smette di essere solo una questione tecnica e diventa una questione di resistenza.