Referendum: il fronte del “No” e il nodo della riforma costituzionale

Il voltagabbana dei garantisti a giorni alterni

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Domenica prossima gli italiani sono chiamati alle urne per un appuntamento storico: il referendum confermativo sulla riforma della giustizia. Al centro del quesito ci sono la separazione delle carriere tra giudici e Pm, l’istituzione di due Csm distinti e l’introduzione del sorteggio per frenare lo strapotere delle correnti.

Mentre il centrodestra e pezzi del terzo polo (Azione) sostengono il “Sì”, la sinistra “ufficiale” (Pd, M5s e AVS) si è barricata dietro un “No” che, a un’analisi attenta, appare costellato da profonde contraddizioni interne e storiche.

Il tradimento della tradizione riformista

L’incoerenza più macroscopica riguarda la storia stessa del riformismo italiano. Molte delle battaglie incluse in questa riforma – prima tra tutte la separazione delle carriere per garantire la terzietà del giudice (art. 111 della Costituzione) – facevano parte del bagaglio culturale di figure storiche della sinistra liberale e radicale. Oggi, vedere il Pd schierato con i settori più conservatori della magistratura (l’ANM) segna una rottura drastica con quella cultura che chiedeva un “giudice terzo” e non un collega di ufficio dell’accusa.

Le “voci fuori dal coro” che smentiscono i leader

Il fronte del “No” non è affatto monolitico, e le crepe interne ne rivelano l’incoerenza. Esponenti di spicco come Pina Picierno (Pd) o l’ex Ministro dell’Interno Marco Minniti hanno dichiarato che voteranno “Sì”. Le loro motivazioni? La riforma rende l’Italia “più moderna ed europea”. Quando figure di tale peso smentiscono la linea ufficiale del partito, appare chiaro che l’opposizione al referendum è più un posizionamento tattico contro il governo Meloni che una scelta di merito sulla qualità della giustizia.

La lotta alle correnti: a parole sì, nei fatti no

Da anni la sinistra denuncia il “correntismo” della magistratura (il cosiddetto sistema Palamara ndr). Eppure, oggi si oppone ferocemente all’introduzione del sorteggio temperato per i membri del Csm, l’unico strumento che – secondo i sostenitori del Sì – potrebbe davvero rompere i blocchi di potere interni ai palazzi di giustizia. Opporsi alla riforma significa, di fatto, voler mantenere lo status quo delle correnti che la stessa sinistra diceva di voler combattere.

Il paradosso del M5S: dal “cambiare tutto” alla difesa del sistema

Il Movimento 5 Stelle, nato con il grido “Onestà” e con l’obiettivo di rivoluzionare le istituzioni, si ritrova oggi a fare da scudo al sistema giudiziario attuale, uno dei meno efficienti d’Europa. Difendere l’assetto odierno della magistratura dopo anni di retorica contro i privilegi della “casta” è un testacoda logico che molti elettori faticano a comprendere.

L’uso della Costituzione come scudo

La sinistra accusa il governo di voler “asservire la magistratura alla politica”. Tuttavia, la riforma prevede che entrambi i nuovi CSM continuino a essere presieduti dal Presidente della Repubblica. L’accusa di autoritarismo appare dunque forzata, utilizzata più per mobilitare l’elettorato che per descrivere i reali effetti tecnici del testo legislativo.

In sintesi: un “No” di bandiera

Il sospetto è che il “No” della sinistra non sia una bocciatura tecnica della riforma, ma una scelta politica di opposizione pregiudiziale. Schierarsi contro a prescindere, anche su temi che un tempo avrebbero sostenuto, rischia di allontanare il Paese da una soluzione per i mali cronici della giustizia italiana.