C’è un punto, in questa vicenda, che precede ogni valutazione giudiziaria o formale. È il punto della credibilità. E riguarda il ruolo, non solo la persona.
Un sottosegretario alla Giustizia non è un cittadino qualunque. Non è nemmeno un semplice amministratore locale. È parte dell’ingranaggio istituzionale che dovrebbe garantire il corretto funzionamento dello Stato di diritto. Per questo, da chi occupa quel ruolo, ci si aspetta qualcosa in più, attenzione, prudenza, consapevolezza. Non il minimo indispensabile, ma il massimo della diligenza.
È qui che la posizione di Andrea Delmastro si incrina.
La sua difesa si fonda su un assunto tanto semplice quanto problematico, non sapeva. Non conosceva la storia familiare della sua socia. Non aveva contezza dei legami, delle vicende giudiziarie, del contesto. In altre parole, si presenta come estraneo a tutto ciò che oggi appare evidente.
Ma proprio questo è il problema.
Se davvero non sapeva, allora emerge un deficit grave di valutazione. Entrare in una società, sedersi davanti a un notaio, condividere un’iniziativa economica con persone di cui non si è verificato il profilo, non è leggerezza, è imprudenza. E l’imprudenza, quando riguarda chi ha responsabilità nella gestione della giustizia, non è una qualità tollerabile.
Se invece sapeva, o avrebbe potuto sapere con una minima verifica, allora la questione cambia natura ma non sostanza, diventa un problema di responsabilità politica e di opportunità istituzionale.
In entrambi i casi, il punto resta lo stesso, l’inadeguatezza.
A rendere il quadro ancora più problematico c’è un elemento che non può essere ignorato. Andrea Delmastro porta già sulle spalle una condanna a otto mesi per rivelazione di segreto d’ufficio. Un precedente che, per la natura stessa del reato, incide direttamente sulla credibilità istituzionale di chi opera nel campo della giustizia. Non è un dettaglio secondario, ma un fattore che dovrebbe imporre, se possibile, un livello ancora più alto di cautela e rigore.
E invece accade il contrario.
Non si tratta di stabilire reati ulteriori o colpe penali. Non è questo il piano. Il piano è quello della fiducia pubblica. Un sottosegretario alla Giustizia deve essere, prima di tutto, inattaccabile sul terreno della prudenza e del giudizio. Deve saper riconoscere i contesti, valutare le situazioni, evitare anche solo il rischio di trovarsi in ambiti opachi.
Qui, invece, siamo di fronte a una vicenda in cui le coincidenze sono troppe per essere archiviate come casuali, e le omissioni, come quella nella dichiarazione patrimoniale, alimentano ulteriori dubbi.
La politica, quando è seria, non si limita a chiedere “è legale?”. Si chiede “è opportuno?”. E soprattutto: “è compatibile con il ruolo?”.
Nel caso in questione, la risposta appare difficile da sostenere in senso positivo.
Perché un sottosegretario che non si accorge, o dichiara di non accorgersi, di chi ha davanti, di chi entra nei suoi affari, di quali ombre si proiettano sulle sue scelte, non offre garanzie. E senza garanzie, la funzione pubblica si svuota.
Non basta dire “non sapevo”. In certi ruoli, non sapere è già una colpa politica.
E forse è proprio questa la questione più grave, non tanto ciò che è stato fatto, ma ciò che non è stato compreso.
