Il livello del dibattito politico attorno al referendum sulla giustizia ha raggiunto, negli ultimi giorni, un punto che merita più di una semplice indignazione momentanea. Non si tratta più soltanto di scontri ideologici o di divergenze legittime su temi complessi, ciò che emerge è una deriva linguistica e culturale che mette in discussione la qualità stessa della nostra democrazia.
Le parole contano, sempre. E quando un rappresentante delle istituzioni arriva a paragonare l’azione della magistratura a una malattia come il cancro, non siamo di fronte a una semplice “iperbole infelice”, ma a un segnale preciso, il confine del rispetto istituzionale è stato oltrepassato. Non solo si delegittima un potere dello Stato, ma si utilizza un’immagine che ferisce anche chi ogni giorno combatte davvero contro quella malattia. È un linguaggio che scivola dalla critica politica alla disumanizzazione.
Non è un episodio isolato. In pochi giorni si è assistito a una sequenza di dichiarazioni che, una dopo l’altra, compongono un quadro inquietante. Magistrati descritti come “plotoni d’esecuzione”, il Consiglio superiore della magistratura evocato come un sistema “paramafioso”, fino ad arrivare all’esplicita legittimazione di pratiche clientelari: “fammi questo favore”, “ti ho fatto tanti favori”. Non più allusioni, ma una vera e propria teorizzazione del voto di scambio come strumento politico.
Questa concatenazione di uscite non è casuale. È piuttosto il riflesso di un clima in cui, evidentemente, si ritiene di poter dire ciò che si pensa “in contesti sicuri”, salvo poi scoprire che quei contesti non esistono più nell’era della comunicazione permanente. Ma il problema non è la fuga di notizie, il problema è ciò che quelle parole rivelano. Un pensiero politico che, quando abbassa la guardia, mostra una concezione della democrazia come terreno di conquista, non come spazio di regole condivise.
In questo scenario colpisce anche un’assenza, quella della leadership. Di fronte a dichiarazioni così gravi e reiterate, ci si aspetterebbe un intervento chiaro, una presa di distanza netta, un richiamo all’ordine. Invece, il silenzio contribuisce a normalizzare ciò che normale non è. Quando i toni degenerano e nessuno interviene a ricondurli entro i limiti del confronto civile, il messaggio implicito è che tutto sia tollerabile.
Il referendum sulla giustizia avrebbe potuto essere un’occasione per un confronto serio, approfondito, anche duro ma rispettoso, su temi fondamentali come l’equilibrio tra poteri, le garanzie dei cittadini, l’efficienza del sistema giudiziario. Si è trasformato, invece, in una vetrina di eccessi verbali e di ammiccamenti a pratiche che la Repubblica dovrebbe aver archiviato da tempo.
Non è solo una questione di stile. È una questione di sostanza democratica. Perché quando il linguaggio pubblico si degrada, quando si legittimano scorciatoie clientelari e si attaccano le istituzioni con metafore violente, si erode lentamente la fiducia dei cittadini. E senza fiducia, nessun sistema democratico può reggere a lungo.
Recuperare un livello minimo di sobrietà e responsabilità non è un’esigenza morale astratta, è una necessità politica concreta. E riguarda tutti, maggioranza e opposizione. Ma chi governa ha, inevitabilmente, una responsabilità in più: quella di dare il tono. Oggi, quel tono è stato deliberatamente abbandonato.
