Nel dibattito sul referendum costituzionale in materia di giustizia, il rumore spesso supera la sostanza. Le parole si accavallano, le accuse si moltiplicano, le caricature prendono il posto degli argomenti. Eppure, al di sotto di questa coltre polemica, resta una domanda essenziale, vogliamo una magistratura più libera o una magistratura più condizionabile?
Le dichiarazioni di Nino Di Matteo, magistrato da anni esposto in prima linea contro la criminalità organizzata, sono state ridotte a slogan. Il senso del suo intervento, tuttavia, è più lineare di quanto si voglia far credere, chi trae vantaggio da una giustizia indebolita non è il cittadino comune, ma chi ha interesse a eludere controlli e responsabilità. È un’osservazione che può non piacere, ma che merita di essere discussa nel merito, non liquidata come provocazione.
Enrico Grosso, presidente del Comitato “Giusto Dire No”, ha richiamato il punto nodale, il referendum interviene sulle norme costituzionali che regolano il Consiglio Superiore della Magistratura. Il CSM non è un dettaglio tecnico; è il presidio costituzionale dell’autonomia e dell’indipendenza dei giudici. È l’architrave che impedisce alla politica di entrare dalla porta principale nelle dinamiche di carriera, disciplina e organizzazione della magistratura.
Qui sta il cuore della questione. Non si tratta di difendere corporativamente una categoria, né di negare i problemi strutturali della giustizia italiana, lentezza dei processi, carenze organizzative, disomogeneità territoriali. Questi sono nodi reali e urgenti. Ma il referendum non li scioglie. Interviene invece sull’equilibrio costituzionale tra poteri dello Stato.
Una magistratura “maggiormente condizionata”, per usare l’espressione evocata nel dibattito, non diventa automaticamente più efficiente. Diventa semplicemente meno autonoma. E quando l’autonomia si incrina, non è il giudice a perdere per primo, è il cittadino.
La separazione dei poteri non è un feticcio teorico. È una garanzia concreta contro l’arbitrio. Il Costituente affidò al CSM il compito di rendere effettivo il principio di indipendenza proprio perché la storia italiana, e non solo italiana, aveva mostrato quanto sia fragile la giustizia quando viene piegata alle convenienze del potere esecutivo o alle maggioranze parlamentari del momento.
Chi sostiene il “No” non sta difendendo un sistema immutabile. Sta affermando che le riforme della giustizia devono nascere dal dialogo istituzionale, non da una logica punitiva o da un clima di contrapposizione permanente. Il “muro contro muro” evocato da Grosso non è una figura retorica, è il segno di una frattura politica che rischia di tradursi in una revisione costituzionale non condivisa.
In una campagna referendaria segnata da toni delegittimanti verso la magistratura come istituzione, il vero rischio è spostare il baricentro della democrazia. Una giustizia percepita come ostacolo da ridimensionare è una giustizia già sotto pressione. E quando l’indipendenza diventa negoziabile, lo Stato di diritto smette di essere un principio e diventa una variabile.
La ragione principale per votare NO non è ideologica. È istituzionale. Significa ribadire che l’autonomia della magistratura non è una concessione della politica, ma una garanzia costituzionale a tutela di tutti. Significa affermare che le infiltrazioni politiche, anche quando si presentano sotto forma di “riassetto” o “razionalizzazione”, non possono trovare spazio nell’organo che deve assicurare imparzialità.
Le riforme vere, quelle che riducono i tempi dei processi, che migliorano l’organizzazione, che investono in personale e tecnologia, si possono e si devono fare. Ma senza intaccare il principio cardine, la magistratura deve restare indipendente dal potere politico.
Perché una giustizia meno libera non è una giustizia più giusta. È semplicemente una giustizia più debole. E una democrazia che indebolisce i propri contrappesi non si rafforza, si espone.
