Alla terza serata del Festival di Sanremo il pubblico ha accolto Sal Da Vinci con un’ovazione calorosa, quasi liberatoria. Un boato che racconta molto più del singolo brano: racconta un’Italia che si riconosce ancora, ostinatamente, in un immaginario rassicurante e immobile.
Le canzoni di Sal Da Vinci sembrano provenire da uno spazio sospeso nel tempo, una specie di “strapaese” emotivo dove tutto ruota attorno a matrimoni affollati, tavolate infinite, madri che benedicono, coppie che litigano e poi fanno pace sotto lo stesso cielo stellato di sempre.
È un mondo terribile in cui l’amore è destino, sofferenza e redenzione; in cui si tira in ballo Dio con disinvoltura, come se fosse un parente seduto a capotavola; in cui la vita è una sceneggiata permanente e ogni conflitto trova soluzione in un abbraccio.
Che Italia è quella che applaude fino a spellarsi le mani?
È un’Italia che si specchia volentieri nello stereotipo: cuore, famiglia, tradizione, “napoletanità” come marchio identitario semplificato.
Un’Italia che sembra non voler uscire da quell’album fotografico ingiallito dove l’amore è sempre eterno, il dolore sempre nobile, il sentimento sempre urlato.
Nessuna ambiguità, nessuna crepa, nessuna zona grigia: solo emozioni dichiarate, ribadite, amplificate.
Nostalgia contro contemporaneità
Il punto non è la legittimità di quel linguaggio — ogni estetica ha diritto di esistere — ma la sua riproposizione continua come unico orizzonte possibile. È un romanticismo che non contempla il dubbio, che non attraversa il presente ma lo ignora, che non racconta l’Italia di oggi bensì quella che vorrebbe restare ferma a un’idea di sé rassicurante e folkloristica.
E poi l’ipotesi, ventilata con entusiasmo, di una corsa verso l’Eurovision Song Contest. Davvero pensiamo di presentarci all’Europa con l’ennesima cartolina di sole, mandolini emotivi e amori gridati al cielo? In un contesto che premia linguaggi contemporanei, visioni identitarie ma consapevoli, sperimentazioni e ironia, l’idea di esportare questa Italia da bomboniera fa sorridere. O forse sospirare.
Il simbolo oltre l’artista
Sal Da Vinci è un professionista navigato, conosce perfettamente il suo pubblico e sa come accendere una platea. Ma il problema non è lui, è ciò che rappresenta simbolicamente in questo momento: la persistenza di un immaginario che confonde tradizione con ripetizione, identità con caricatura.
L’ovazione della terza serata non è solo un applauso a un cantante. È l’abbraccio collettivo a un’Italia che si sente al sicuro nel già noto, che preferisce la rievocazione alla trasformazione. Un’Italia che canta l’amore come se fosse ancora un melodramma in bianco e nero e che, mentre il mondo cambia ritmo, continua a ballare lo stesso lento di sempre.
