Arrivati a metà percorso, di questo carrozzone festivaliero, si possono trovare mille attenuanti e spiegazioni. Eppure la sensazione è chiara: il Festival di Sanremo 2026 non gira come dovrebbe e, soprattutto, non regge il confronto con quelle più recenti.
Sarebbe comodo scaricare tutto sul conduttore, ma il problema non si esaurisce lì. La Rai è un’azienda prestigiosa, capace, piena di talenti, ma qui si discute proprio l’evento culturale Sanremo che ha un formato da spolverare, da rimodellare, da rivedere.
Una questione di conduzione?
Non è solo una questione di singole responsabilità, quanto piuttosto di impostazione generale. L’impianto scelto appare troppo rigido, quasi burocratico, concentrato più sull’assenza di imprevisti che sulla capacità di sorprendere. La regia di Pagnussat (fuori dallo sfavillante brillare delle canzoni grazie alle sapienti luci di Catapano) sbaglia inquadrature, fa ombre, stacca su passaggi inutili, che brutte le imagini del retropalco appena prima di scendere la scala.
La sceneggiatura complessiva sembra ispirarsi a una televisione di qualche stagione fa, poco in sintonia con il ritmo e le aspettative attuali.
La replica della seconda serata
Dopo l’esordio, ci si sarebbe aspettati un cambio di passo, una deviazione capace di rimettere in moto la curiosità. Invece la seconda serata ha riproposto sostanzialmente lo stesso schema, senza introdurre elementi di rottura. Laura Pausini fa veloce a ripulire se cade una goccia fuori dalla tavola. Lillo anche sembra imbustato in una giacca stretta.
Il fatto è che dall’inizio si è respirata un’aria di ritorno all’ordine: non sbagliate, siate ministeriali, conduzione formale, tono rassicurante, nessuna vera scintilla. Il risultato è una costante impressione di “già visto”.
Co-conduttori fuori fuoco
Anche chi affianca il presentatore sul palco, pur avendo talento indiscutibile nel proprio ambito, non sembra del tutto a proprio agio nella dimensione televisiva della conduzione, Achille Lauro con quella mano in tasca sembra un manichino della Upim.
Non è chiaro se si tratti di mancanza di esperienza specifica o di un accompagnamento non del tutto efficace: resta il fatto che i momenti pensati come “speciali” faticano a trasformarsi in veri eventi.
Le cerimonie olimpiche di Marco Balich a confronto erano anni luce avanti, costruite comunque a blocchi, segmenti, qui fluisce tutto senza senso, se non quello che ‘dobbiamo finire’.
Gli omaggi e le celebrazioni, pur carichi di buone intenzioni, non riescono a superare la soglia della ritualità. Persino le esibizioni più ambiziose, costruite con grande dispiego di mezzi e con un evidente intento emotivo, non hanno prodotto quell’onda lunga capace
di accendere davvero il pubblico. Avevano i due Sandokan e sembrava una rsa.
I segnali di affaticamento sono diversi.
Anzitutto la struttura: dopo anni di grande esposizione mediatica, il meccanismo appare prevedibile. Le serate sono molto lunghe, il numero di brani elevato, il ritmo disomogeneo. In un’epoca in cui il giudizio si forma in pochi secondi sui social, il pubblico si abitua a picchi continui; così, basta un’edizione appena meno brillante perché venga percepita come un declino.
L’assenza di icone generazionali
Si avverte poi la mancanza di figure davvero centrali per l’immaginario più giovane, artisti capaci di catalizzare streaming e conversazioni. Senza nomi percepiti come rappresentativi di una generazione, l’impatto mediatico inevitabilmente si riduce.
C’è anche un tema di narrazione digitale: oggi la manifestazione vive moltissimo di frammenti condivisi, di clip che diventano virali, di momenti riconoscibili che si trasformano in simboli. Quando questi episodi non emergono con forza, la discussione online si raffredda e si diffonde l’idea che “non stia succedendo nulla”, anche se i dati di ascolto restano solidi.
Infine, pesa il cambiamento nelle abitudini di consumo. La musica circola soprattutto attraverso piattaforme e contenuti brevi; la centralità della grande diretta televisiva non è più scontata come pochi anni fa.
A tutto questo si aggiunge un fattore pratico: lo spostamento in avanti del calendario.
L’avvio più tardivo ha interrotto la consuetudine della settimana rituale di inizio febbraio e ha inserito il Festival in un contesto televisivo già molto affollato, con eventi sportivi e altre proposte forti in prima serata. Anche questo contribuisce a diluire attenzione ed entusiasmo.
Non è una bocciatura definitiva, ma il segnale che un modello, per restare vitale, ha bisogno di rimettersi in discussione prima che l’abitudine prenda definitivamente il sopravvento.
