Quando la sinistra perde i suoi: Bartolo, Concia e l’esilio dei coerenti

Due addii diversi – quello politico di Pietro Bartolo e quello morale di Paola Concia – raccontano la crisi identitaria della sinistra italiana ed europea

Non è un’ondata: è qualcosa di più silenzioso e più grave. Non ci sono scissioni organizzate, né congressi infuocati, né operazioni di corrente; ci sono uscite solitarie, spesso sofferte, maturate nel tempo e pronunciate senza trionfalismi. Proprio per questo pesano, perché non cercano applausi, ma certificano una frattura. Alla fine del 2025 Pietro Bartolo lascia il Partito Democratico e questo mentre Paola Concia affida ad una lunga lettera aperta quello che suona come un addio morale alla sinistra italiana ed europea. Due storie diverse, due biografie lontane, due linguaggi differenti ma un unico punto di caduta: la sensazione di non essere più a casa.

Bartolo non è un politico di apparato, né un professionista delle correnti: è un medico, un testimone, una coscienza prestata alla politica quasi per necessità. Per anni ha incarnato un’idea di sinistra fatta di corpi prima che di slogan, di accoglienza come responsabilità concreta, non come bandiera identitaria. Lampedusa, per lui, non è mai stata una metafora. Quando annuncia la sua decisione, le parole sono nette: il Pd è diventato “un partito litigioso, diviso e segnato da un atteggiamento dell’establishment regionale poco rispettoso”, non solo nei suoi confronti ma verso chi “intende impegnarsi seriamente per la collettività”.

Piero Bartolo rivendica di aver sempre condiviso e promosso i valori fondativi del Partito Democratico, ma constata che “coloro che oggi lo guidano hanno scelto di metterli da parte”, perdendo il contatto con le comunità locali e con i bisogni reali delle persone. Non è uno sfogo personale, è una diagnosi politica: un partito sempre più autoreferenziale, impegnato ad alimentare “faide interne e giochi di potere, a discapito del bene collettivo”. Vi è poi un passaggio decisivo: chi lo ha votato. Bartolo lo dice chiaramente: gran parte delle persone che hanno sostenuto il suo percorso “non rappresentano lo zoccolo duro dell’elettorato del Partito Democratico”. Sono uomini e donne, tantissimi giovani, che avevano scelto di allontanarsi dalle urne e che sono tornati a votare “nella speranza di un cambiamento reale”. Per questo chiarisce che la sua uscita non è un passo indietro, ma un’assunzione di responsabilità: “Questa decisione costituisce per me uno stimolo ulteriore a continuare a dare il mio contributo al servizio della collettività”, onorando la fiducia ricevuta e lavorando alla costruzione di “un’alternativa credibile alle destre”, fuori da un contesto che ostacola chi non accetta di adattarsi.

È su un piano diverso, ma altrettanto profondo, che si colloca la voce della ex parlamentare del Partito Democratico Paola Concia. La sua è una lettera di rottura identitaria. “Cara Sinistra”, scrive, rivolgendosi a quella casa politica che ha rappresentato la sua vita di donna, di femminista e di lesbica. Una sinistra che riconosce per aver contribuito in modo decisivo alla conquista dei diritti civili, dei diritti dei lavoratori, di un welfare giusto. Ed è proprio da quell’eredità che nasce lo smarrimento: Ancora mi chiedo come e quando e perché tu abbia perso la bussola”. Concia non parla da avversaria, ma da figlia critica. Ricorda che nella sinistra ha imparato che “ai diritti devono corrispondere i doveri, altrimenti tutto va a rotoli”. E accusa quella stessa sinistra di aver oscurato questo principio fondativo.

Il punto di non ritorno, per lei, è Israele. Non la critica a un governo, ma la messa in discussione del diritto all’esistenza stessa dello Stato ebraico. Concia usa una parola precisa: “Heimat”, la casa. E avverte: “Condannare Israele come se non avesse diritto a proteggersi significa negare la patria dove gli ebrei si sentono più a casa nel mondo”. Da qui l’accusa più dura: “L’antisemitismo della sinistra occidentale è un dato di realtà”, una coltellata, scrive, che nasce dalla scelta di “conquistare consenso tra comunità islamiche radicali e antisemite” per qualche voto in più. Una deriva che, secondo Concia, mette a rischio tutto: diritti delle donne, libertà civili, diritti LGBT, laicità. La sua è una domanda che brucia: “Davvero volete svendere le libertà civili per quattro voti?”.

Bartolo parla di territori ignorati, di giovani disillusi, di politica ridotta a gestione del potere. Concia parla di anima smarrita, di valori traditi, di una sinistra che chiede agli ebrei di rinnegare la loro terra, cosa che “mai nessuno ha chiesto a me di fare con l’Italia”. Il riferimento a Enrico Berlinguer è un atto d’accusa, non nostalgia. Berlinguer seppe definire le Brigate Rosse “nemici della democrazia e del popolo” senza ambiguità. Oggi, osserva Concia, quella chiarezza è stata sostituita da silenzi e distinguo imbarazzati.

E allora la domanda finale non è provocatoria. È inevitabile: la sinistra sta allontanando chi è davvero di sinistra? Se per “sinistra” intendiamo coerenza tra diritti e doveri, universalismo senza eccezioni, libertà non negoziabili, rifiuto netto di ogni forma di terrorismo e antisemitismo, allora la risposta, guardando a Bartolo e Concia, è sì. Non se ne vanno gli opportunisti, se ne vanno i coerenti. E questo dovrebbe far riflettere chi ancora si chiede perché quella casa, un tempo così affollata, oggi appaia sempre più vuota.