Washington stringe il cerchio

Dopo l’incontro con Netanyahu, la linea americana verso l’Iran appare sempre meno ambigua

USS Gerald R. Ford

Il dispiegamento della USS Gerald R. Ford, la più grande portaerei del mondo, dal Mar dei Caraibi verso il Medio Oriente segna un passaggio politicamente rilevante nella strategia statunitense nei confronti dell’Iran. Con il suo arrivo previsto nel Golfo, Washington avrà due gruppi d’attacco di portaerei nella regione, affiancando la USS Abraham Lincoln, già presente da settimane. È una scelta che rafforza la postura militare americana mentre l’amministrazione valuta il futuro dei negoziati sul programma nucleare iraniano.

Pressione militare e finestra diplomatica

La decisione, anticipata dal New York Times e confermata da più fonti informate, arriva in un momento di dichiarazioni pubbliche sempre più dure. Il presidente Donald Trump ha parlato di conseguenze “molto traumatiche” qualora Teheran non accettasse rapidamente un accordo, lasciando intendere che la finestra diplomatica sia limitata nel tempo. Parallelamente, Washington e Teheran hanno avviato colloqui indiretti in Oman, segnale che la diplomazia resta formalmente aperta, ma sotto una pressione crescente.

Il raddoppio navale nel Golfo

Il raddoppio della presenza navale americana ha un forte valore simbolico e operativo. Le portaerei non sono soltanto strumenti militari, ma messaggi politici galleggianti, indicano disponibilità all’uso della forza e capacità di intervento rapido. In questo senso, la scelta appare in parziale contrasto con la Strategia di sicurezza nazionale che, almeno sulla carta, privilegiava l’emisfero occidentale. La Ford, infatti, era stata inviata nei Caraibi e impiegata nel contesto della crisi venezuelana; ora viene reindirizzata verso uno scacchiere ben più instabile.

Il ruolo di Israele e l’incontro alla Casa Bianca

Le tensioni si sono ulteriormente intensificate dopo l’incontro alla Casa Bianca tra Trump e il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu. Israele spinge da tempo per una linea dura contro l’Iran, chiedendo che qualsiasi accordo includa non solo il nucleare, ma anche il programma missilistico e il sostegno iraniano a gruppi armati regionali. Trump ha riferito di aver sollecitato Netanyahu a lasciare spazio ai negoziati, ma il coordinamento politico e militare tra Washington e Israele alimenta le speculazioni su una possibile escalation.

Teheran tra sfiducia e fermezza

Dal punto di vista iraniano, il messaggio resta fermo, nessuna ambizione nucleare militare e nessuna disponibilità a negoziare le capacità missilistiche, considerate non negoziabili. Tuttavia, le dichiarazioni di apertura al dialogo si scontrano con una profonda sfiducia verso Stati Uniti ed Europa, accusati di aver compromesso in passato ogni percorso negoziale credibile.

Deterrenza o preludio allo scontro?

Il risultato è un equilibrio fragile, in cui diplomazia e deterrenza avanzano in parallelo. L’invio della Ford non equivale automaticamente a una decisione di guerra, ma riduce gli spazi di ambiguità, gli Stati Uniti vogliono essere pronti a ogni scenario. Dopo l’incontro tra Trump e Netanyahu, la percezione che Washington si stia preparando anche a uno scontro militare con l’Iran si è rafforzata. Resta da capire se questa pressione spingerà Teheran al tavolo delle concessioni o se, al contrario, aumenterà il rischio di un confronto che nessuna delle parti dichiara apertamente di volere, ma che tutti sembrano prepararsi ad affrontare.