Donald Trump telefona a Vladimir Putin, discute di petrolio, gasolio e sanzioni, poi riattacca e stabilisce che il problema della guerra è Volodymyr Zelensky. Non una soluzione diplomatica, non un compromesso tra interessi contrapposti, ma la sostituzione del presidente di un Paese sovrano.
Una concezione della politica internazionale che somiglia più a una trattativa immobiliare che a un esercizio di responsabilità storica.
Trump, del resto, non ha mai nascosto la propria filosofia, tutto ha un prezzo, tutto è negoziabile, purché alla fine qualcuno possa intestarsi il successo. Preferibilmente lui. Le alleanze diventano contratti commerciali, la diplomazia uno spettacolo televisivo e la pace un prodotto da esibire agli elettori. Il benessere del mondo può attendere, soprattutto quando incombono le elezioni di midterm e il prezzo dei carburanti minaccia di diventare un problema politico.
Putin, da parte sua, fa semplicemente ciò che ci si aspetta da un capo di Stato determinato a difendere, con metodi discutibili, quelli che considera gli interessi strategici della Russia. Non è un benefattore, naturalmente. Ma neppure pretende di esserlo. La sua posizione è nota, i suoi obiettivi dichiarati, la sua strategia coerente con una visione del potere che l’Occidente avrebbe dovuto imparare a conoscere da tempo.
Il vero paradosso è che oggi sia proprio il presidente degli Stati Uniti a offrire a Mosca nuove opportunità diplomatiche ed economiche, senza che emerga una prospettiva altrettanto chiara per la sicurezza europea.
E qui comincia il capitolo più umiliante della vicenda, quello dell’Europa.
Un continente che per anni ha distribuito lezioni di democrazia, pronunciato discorsi solenni sulla libertà e moltiplicato sanzioni, salvo poi scoprire di non avere una politica estera comune, una difesa autonoma e, soprattutto, una strategia per uscire dal conflitto.
Bruxelles ha confuso la fermezza con l’immobilismo, la solidarietà con la retorica e la diplomazia con i comunicati stampa. Ha lasciato che Washington gestisse la partita, dimenticando un particolare non proprio trascurabile, gli interessi americani non coincidono necessariamente con quelli europei.
Adesso Kaja Kallas protesta contro l’allentamento delle sanzioni. Giustamente, dal suo punto di vista. Ma protestare quando altri hanno già deciso non è politica estera. È la certificazione della propria irrilevanza.
Trump ha compreso perfettamente questa debolezza e la sfrutta senza scrupoli. Sa che l’Europa non possiede una voce unica, che Kiev dipende ancora dal sostegno occidentale e che Putin rappresenta un interlocutore con il quale può tentare un accordo da rivendere come trionfo personale.
Il problema non è dialogare con Mosca. Anzi, sarebbe stato opportuno costruire molto prima un percorso diplomatico serio, senza trasformare ogni tentativo di negoziato in una sospetta concessione al nemico.
Il problema è affidare quel dialogo a un presidente che sembra misurare il valore della pace con il metro della convenienza elettorale.
Zelensky può essere criticato, e certamente non dovrebbe essere sottratto al giudizio politico. Ma spetta agli ucraini scegliere il proprio presidente, non all’inquilino della Casa Bianca.
Alla fine, Putin persegue gli interessi russi. Trump persegue soprattutto quelli di Trump. L’Europa, invece, non sembra sapere quali interessi perseguire, né come difenderli.
Ed è forse questa la conclusione più amara, il destino del nostro continente rischia di essere deciso da due uomini seduti a un tavolo al quale l’Europa non è stata nemmeno invitata. E del quale, per anni, non ha avuto il coraggio di reclamare un posto.
