Trump, Netanyahu e la politica del disastro

Dall’Iraq all’Iran, la storia insegna che la violenza preventiva non porta libertà, ma soltanto distruzione e instabilità globale

Pedro Sánchez

La guerra all’Iran si presenta, ancora una volta, con il linguaggio consunto della necessità, della sicurezza, della libertà preventiva. Ma dietro questa retorica si intravede qualcosa di molto più antico e molto più pericoloso, la pretesa di ridisegnare il Medio Oriente con la forza, come se la storia degli ultimi vent’anni non avesse insegnato nulla.

Pedro Sánchez, intervenendo alle Cortes, ha colto il punto essenziale, non siamo davanti a un episodio isolato, bensì al rischio concreto di un disastro geopolitico di proporzioni superiori persino all’Iraq del 2003. Ed è difficile dargli torto. L’idea che una nuova offensiva militare possa produrre stabilità in una regione già devastata da guerre, milizie, crisi umanitarie e rivalità strategiche non è solo ingenua, è profondamente irresponsabile.

L’assurdità di questa guerra sta innanzitutto nei suoi promotori politici. Benjamin Netanyahu, stretto tra la propria sopravvivenza politica e una gestione catastrofica della crisi regionale, sembra aver trasformato l’escalation permanente in una dottrina di governo. Donald Trump, dal canto suo, continua a interpretare la politica estera come un esercizio di forza spettacolare, privo di visione, di diplomazia e di qualsiasi nozione di equilibrio a lungo termine. Insieme, incarnano una miscela tossica, cinismo, propaganda e assenza di strategia.

L’argomento secondo cui colpire l’Iran significherebbe indebolire il radicalismo teocratico è, alla luce dei precedenti, poco più che una finzione. Le guerre occidentali e para-occidentali in Medio Oriente non hanno esportato democrazia, hanno esportato caos. Hanno frantumato Stati, moltiplicato milizie, alimentato terrorismo, radicalizzato opinioni pubbliche e aperto spazi enormi a nuove autocrazie e a nuove vendette. È già accaduto in Iraq, in Libia, in Siria. Pensare che questa volta andrà diversamente significa scegliere deliberatamente l’amnesia.

C’è poi una contraddizione morale che non può essere ignorata. Si pretende di difendere il diritto internazionale violandolo. Si invoca la sicurezza collettiva attraverso atti unilaterali che destabilizzano l’intera regione. Si dice di voler fermare la minaccia nucleare, mentre si crea esattamente il contesto politico che spinge i regimi assediati a radicalizzarsi e ad armarsi ancora di più. Ogni bomba sganciata in nome dell’ordine globale produce in realtà più disordine, più paura, più odio.

Nel frattempo, il prezzo reale di queste guerre non lo pagano i leader che le annunciano dai palazzi del potere. Lo pagano i civili, le città, le economie già fragili, i giovani trascinati verso l’estremismo, i popoli costretti a vivere tra macerie e propaganda. Lo pagano anche le democrazie europee, chiamate poi a subire le conseguenze energetiche, migratorie, diplomatiche e securitarie di decisioni prese altrove, spesso senza alcuna consultazione reale.

Per questo la posizione di chi rifiuta la logica bellica non è neutralità morale, ma responsabilità politica. Essere alleati non significa obbedire ciecamente. E opporsi a un’avventura militare senza sbocco non significa difendere il regime iraniano, bensì rifiutare la follia di chi continua a credere che il Medio Oriente possa essere “aggiustato” con i missili.

La verità, semplice e scomoda, è che questa guerra non nasce da una necessità storica, nasce da leadership che hanno bisogno del conflitto. E quando la guerra diventa strumento di consenso, l’unico dovere di una politica seria è opporvisi con lucidità.

Dire no oggi non è vigliaccheria. È memoria. È realismo. È civiltà.