Ci sono date che la cronaca archivia come capitoli di storia, ma che per chi resta rappresentano l’inizio di una condanna a vita. Venticinque anni sono un quarto di secolo: per la società sono il tempo del ricordo istituzionale, per la memoria collettiva sono una ricorrenza sul calendario. Ma per i familiari delle 118 vittime della strage di Linate, il tempo si è fermato a quella nebbiosa mattina dell’8 ottobre 2001.
Chi osserva da fuori percepisce l’eco di una tragedia ormai lontana, ma la verità emotiva è molto diversa: per un genitore, un figlio, uno sposo che ha perso un affetto in quell’inferno, la sofferenza non sfuma con gli anni. Cambia forma, si fa silenziosa, ma resta un macigno quotidiano. Come sottolineato da chi combatte questa battaglia da anni, 25 anni possono sembrare un’eternità per la storia, ma sono solo un attimo quando si misura l’assenza di chi si amava.
La dinamica di quell’inferno sulla pista
Tutto si consumò in una manciata di secondi, avvolti da una nebbia fitta che riduceva la visibilità ad appena qualche decina di metri. Erano le 8:10 quando un MD-87 della compagnia SAS, in fase di rullaggio e pronto al decollo verso Copenaghen a 350 chilometri orari, si trovò di fronte l’imprevisto tragico: un Cessna CJ2 privato entrato per errore sulla pista principale di decollo.
L’impatto fu inevitabile e devastante. Dopo lo scontro, il volo di linea perse il controllo, virando a destra e andando a schiantarsi a tutta velocità contro il capannone adibito allo smistamento bagagli. I serbatoi pieni di carburante trasformarono la struttura in una trappola di fuoco: non ci fu scampo per i 110 passeggeri ed equipaggio dell’MD-87, per i 4 occupanti del Cessna e per 4 lavoratori dello scalo aeroportuale travolti durante il loro turno di lavoro.
I buchi neri dei controlli e l’esito giudiziario
Le indagini rivelarono subito uno scenario drammatico fatto di coincidenze fatali ed gravi carenze organizzative. La torre di controllo era impossibilitata a vedere visivamente i velivoli a causa della fitta coltre di nebbia, mentre il radar di terra — fondamentale dispositivo di sicurezza — era disattivato per lavori di manutenzione. Un malinteso nelle comunicazioni e l’imbocco di una bretella errata da parte del Cessna scatenarono la catastrofe, escludendo fin da subito qualsiasi matrice terroristica.
L’iter giudiziario si è poi concluso nel 2008, quando la Corte di Cassazione ha confermato le condanne nei confronti di alcuni dipendenti dell’Enav, decretando invece l’assoluzione per il direttore dello scalo di Linate e per il responsabile delle strutture aeroportuali milanesi.
Transformare la disperazione in impegno: il comitato e la memoria
Di fronte a una tragedia così immane e ingiusta, la risposta delle famiglie non è stata la resa. Riuniti nel Comitato 8 ottobre, i parenti hanno profuso un impegno instancabile per fare sì che una simile assurdità non potesse più ripetersi nei cieli italiani e internazionali. Trasformare la disperazione in uno stimolo per migliorare la sicurezza aeroportuale è diventato il loro riscatto e un motivo di profondo orgoglio civile.
In occasione del 25° anniversario, le commemorazioni hanno visto la partecipazione delle più alte cariche civili e religiose, dalla tradizionale messa nella Basilica di Sant’Ambrogio all’incontro tra il Presidente della Repubblica e i familiari. Un momento di vicinanza doverosa e sentita per ribadire che la città di Milano e il Paese intero non intenderanno mai dimenticare. Perché la memoria è l’unico argine all’indifferenza e l’unico modo per dare un senso a un dolore che non si spegne.
