Sangue nelle strade di Teheran

La risposta dello Stato alle manifestazioni segna un punto di non ritorno

Iran - Teheran

Quello che è iniziato come una protesta economica circoscritta tra i negozianti di Teheran per il crollo del rial si è trasformato, nel giro di settimane, nella più ampia rivolta nazionale contro la Repubblica islamica degli ultimi anni. Il collasso della valuta, l’inflazione fuori controllo e l’impoverimento diffuso hanno aperto una crepa che si è rapidamente allargata fino a diventare una sfida politica diretta al sistema teocratico.

La risposta dello Stato è stata immediata e brutale. Le forze di sicurezza e la milizia Basij hanno aperto il fuoco sui manifestanti, trasformando piazze e strade in campi di repressione. Le stime sono difficili da verificare in un paese dove la stampa è soffocata e gli osservatori indipendenti non hanno accesso, ma il quadro è chiaro, centinaia, probabilmente migliaia di persone, sono state uccise. Un funzionario governativo ha ammesso a Reuters circa 2.000 morti, inclusi membri delle forze di sicurezza. Organizzazioni per i diritti umani parlano di cifre più alte, fino a 6.000 vittime.

Non si tratta di “incidenti” o “eccessi isolati”. È una strategia. Il regime ha accompagnato la violenza fisica con l’isolamento digitale, blackout di internet, chiusura delle reti telefoniche, tentativi sistematici di tagliare i manifestanti dal mondo. È il manuale classico delle autocrazie sotto pressione, spegnere la visibilità per spegnere la rivolta.

Ma la protesta non è più solo economica. Gli slogan sono cambiati. “Morte al dittatore”, gridano ora le folle, chiamando in causa direttamente la guida suprema Ali Khamenei. Le immagini che filtrano mostrano auto incendiate, edifici distrutti, quartieri militarizzati. La rabbia non è più negoziabile, è politica, esistenziale.

Il contesto conta. L’Iran non è nuovo a ondate di contestazione, il 2009, il movimento “Donna, vita, libertà” del 2022-23, le rivolte studentesche. Ogni volta il potere ha risposto allo stesso modo, repressione, carcere, sangue. Ma questa volta la miscela è più instabile. L’economia è in ginocchio, la legittimità del sistema è erosa, e una generazione intera non riconosce più l’autorità religiosa come fonte di obbedienza.

Nel vuoto di fiducia riemergono persino nostalgie monarchiche, in alcune manifestazioni si invoca il ritorno di Reza Pahlavi, figlio dello scià deposto. Segnale meno di un progetto politico coerente che di una disperazione profonda verso l’ordine attuale.

Il regime, prevedibilmente, accusa “nemici esterni”, Stati Uniti, Israele, complotti stranieri. È una narrazione utile per compattare l’apparato e giustificare la violenza. Ma non spiega perché migliaia di iraniani rischino la vita contro i propri governanti. Le cause sono interne, strutturali, croniche.

Sul piano internazionale, Washington e Tel Aviv parlano apertamente di cambio di regime. Trump minaccia opzioni “molto forti”, mentre l’Europa prepara nuove sanzioni. Ma qui si apre un paradosso, ogni intervento esterno rafforza la propaganda del regime e rischia di delegittimare una protesta che nasce dal basso. L’Iran è una polveriera. Una scintilla esterna può far esplodere tutto, ma non necessariamente nella direzione sperata.

Una cosa, però, è già certa, la Repubblica islamica sta uccidendo i propri cittadini per restare in piedi. Non per errore, non per eccesso, ma per scelta. È questo il dato politico centrale. Il resto, geopolitica, sanzioni, manovre diplomatiche, viene dopo. In Iran oggi non è in corso una semplice crisi. È in corso una resa dei conti tra un popolo stremato e un potere che ha deciso di difendersi con il sangue.