Il 28 ottobre, quando gran parte di Rio dormiva ancora, migliaia di agenti hanno circondato il Complexo da Penha, una delle aree più vaste e complesse della periferia nord della città. Erano le 4.30 quando sono esplosi i primi colpi. Blindati neri, uomini in assetto da guerra, droni e unità speciali hanno dato avvio a quella che sarebbe diventata la più letale operazione di polizia mai registrata in Brasile.
L’obiettivo ufficiale era colpire il Comando Rosso, storica organizzazione criminale nata negli anni Settanta e oggi ramificata in gran parte del Paese. In particolare, le forze dell’ordine cercavano Edgar Alves de Andrade, detto “l’Orso”, ritenuto il capo locale della fazione. Per l’operazione erano stati emessi 100 mandati di arresto.
La stima della polizia parlava di 800-1.000 trafficanti armati tra Penha e il vicino Complexo do Alemão. Per affrontarli sono stati dispiegati circa 2.500 agenti, almeno il doppio rispetto ai precedenti blitz.
La battaglia tra vicoli e foresta
Il piano prevedeva un’avanzata su più fronti. Le unità avrebbero dovuto risalire i vicoli stretti e ripidi delle favelas, mentre reparti d’élite del Bope – riconoscibili dall’emblema del teschio trafitto da un pugnale – occupavano la Serra da Misericórdia, la collina boscosa che in passato aveva consentito ai narcotrafficanti di fuggire.
Questa volta la strategia è cambiata: la montagna è stata presidiata per impedire qualsiasi via di fuga. All’alba, gruppi di uomini armati sono stati ripresi mentre salivano scale di cemento verso la zona chiamata Vacaria. Molti di loro non sarebbero più tornati.
Nel corso delle ore gli scontri si sono intensificati. Diversi agenti sono rimasti feriti; cinque poliziotti sono morti. Mai prima a Rio un’operazione aveva provocato un numero così alto di vittime tra le forze dell’ordine in un solo giorno.
Intorno alle 9.40, in una zona nota come Cabaré, 26 uomini si sono barricati in un’abitazione prendendo in ostaggio una residente. Dopo una trattativa, si sono arresi e sono stati arrestati. Ma in altre aree, soprattutto nella foresta, la situazione è degenerata.
122 morti e un rapporto che fa discutere
Al termine delle 17 ore di operazione, il bilancio era drammatico: 122 morti, di cui 117 civili e 5 agenti. Un rapporto di 23 a uno che ha immediatamente sollevato interrogativi tra magistrati ed esperti di sicurezza.
Secondo le autorità, tutte le persone uccise tra i civili erano membri del Comando Rosso e sarebbero morte opponendo resistenza all’arresto. Il governatore di Rio, Cláudio Castro, ha parlato di “oppositori neutralizzati” e di un colpo storico al narcotraffico.
Tuttavia, diverse incongruenze sono emerse nelle settimane successive:
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Nessuna delle 117 vittime civili figurava nell’elenco dei 100 mandati di arresto.
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Almeno 17 persone, tra cui un muratore di 46 anni, non avevano precedenti penali.
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Tra i morti c’era anche un quattordicenne.
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La maggioranza delle vittime proveniva da altri stati brasiliani, segno della crescente espansione del Comando Rosso fuori da Rio.
La polizia ha inoltre rifiutato di divulgare dati ufficiali sull’etnia delle vittime, ma familiari e fonti investigative riferiscono che la stragrande maggioranza fosse composta da afro-brasiliani, in linea con studi che mostrano come la violenza della polizia colpisca in modo sproporzionato la popolazione nera.
Le accuse di esecuzioni e le indagini
Una delle questioni più controverse riguarda quanto accaduto nella foresta della Serra da Misericórdia. Testimoni e residenti hanno parlato di possibili esecuzioni dopo il recupero di agenti feriti o uccisi. Le forze dell’ordine respingono con decisione queste accuse.
Alcuni elementi, però, alimentano i dubbi: ferite incompatibili con uno scontro a fuoco frontale, racconti di corpi trovati con segni di legature, il numero elevatissimo di morti rispetto ai poliziotti caduti.
La Procura ha avviato indagini su possibili abusi. Almeno nove agenti sono stati incriminati per reati commessi quel giorno, tra cui furti. Cinque sono stati arrestati. Restano da analizzare circa 3.000 ore di filmati, anche se meno della metà degli agenti avrebbe indossato regolarmente le bodycam, nonostante l’obbligo di legge.
Il giurista Paul Chevigny sosteneva che quando il rapporto tra civili e agenti uccisi supera 10 o 15 a uno, si può ipotizzare un uso punitivo della forza. A Penha, il rapporto è stato di 23 a uno. Un dato che, secondo i magistrati, impone verifiche approfondite.
Le storie dietro i numeri
Dietro le statistiche restano le vite spezzate. C’è chi sostiene che i propri familiari non avessero alcun legame con la criminalità e siano stati scambiati per trafficanti. Altri ammettono il coinvolgimento dei figli nelle bande, ma si chiedono perché non siano stati arrestati anziché uccisi.
Quando la polizia ha lasciato la favela, intorno alle 22, decine di donne sono entrate nella foresta con le torce dei cellulari per cercare i corpi. I cadaveri sono stati trasportati su lenzuola fino a piazza San Luca, dove all’alba se ne contavano più di 60 allineati su teloni.
Per molte famiglie, quel giorno ha segnato una frattura irreparabile.
Un colpo decisivo o un’illusione?
Le autorità hanno definito l’operazione il più duro attacco mai inflitto al Comando Rosso. Ma anche all’interno delle forze di sicurezza c’è chi ammette che l’impatto strutturale sull’organizzazione sarà limitato.
Due settimane dopo il blitz, uomini armati erano tornati nelle strade di Penha. Le barricate erano state ricostruite, la droga di nuovo in vendita. Il presunto obiettivo principale, “l’Orso”, è ancora latitante. Dei 100 mandati di arresto, solo 17 sono stati eseguiti.
Il conflitto che attraversa Rio sembra dunque lontano dalla conclusione. Per molti residenti, la sensazione è quella di una guerra senza fine: ogni operazione promette una svolta, ma il controllo del territorio resta conteso e la spirale di violenza continua.
