Nel lessico politico contemporaneo, alcune parole vengono ripulite, rese tecniche, quasi innocue. “Remigrazione” è una di queste. Ma dietro la sua apparente neutralità si cela un progetto ideologico preciso, con radici profonde nell’estrema destra europea e nordamericana.
Il termine, nella sua accezione originaria, indica semplicemente il ritorno volontario di un migrante nel proprio paese d’origine. Tuttavia, nel dibattito politico attuale, e soprattutto nella sua adozione da parte di settori della destra radicale, la parola ha assunto un significato radicalmente diverso, la rimozione forzata di intere categorie di persone sulla base dell’origine etnica o culturale.
Non è un caso che il concetto sia stato rilanciato da figure come Renaud Camus, teorico della cosiddetta “Grande Sostituzione”, e da attivisti identitari come Martin Sellner. In questo contesto, la remigrazione non è una politica migratoria, ma la traduzione operativa di una visione etnonazionalista, l’idea che le società occidentali debbano tornare a una presunta omogeneità etnica.
È in questo quadro che va letta l’adozione del termine anche in Italia. Silvia Sardone, esponente di primo piano della Lega (vicesegretaria di Salvini), ha contribuito a introdurre il concetto nel dibattito pubblico nazionale. E, come spesso accade, la parola viene presentata in forma attenuata, controllo dei flussi, ritorni assistiti, difesa della legalità.
Ma il problema non è la superficie retorica. È il contenuto politico reale.
Quando la remigrazione viene proposta in ambienti ideologicamente affini a quelli che l’hanno generata, il suo significato non può essere separato dalla sua genealogia. Non si tratta semplicemente di rimpatri di irregolari, già previsti dagli ordinamenti giuridici, ma di una visione più ampia, che mette in discussione l’appartenenza stessa di cittadini e residenti sulla base dell’origine.
Alcuni dirigenti della Lega cercano di smorzare i toni, parlando di “equivoci” o di “strumentalizzazioni”. È una strategia comunicativa prevedibile, rendere accettabile un concetto radicale attraverso una progressiva normalizzazione linguistica. Ma il punto resta. Se una parola nasce e si sviluppa in un contesto che la definisce come strumento di esclusione etnica, non basta ridefinirla per cambiarne la sostanza.
Il rischio è duplice.
Da un lato, si legittima nel discorso pubblico un’idea che, fino a pochi anni fa, sarebbe stata confinata ai margini estremisti. Dall’altro, si sposta il baricentro del dibattito politico, ciò che prima era impensabile diventa discutibile, poi accettabile, infine praticabile.
Negli Stati Uniti, figure come Vivek Ramaswamy hanno denunciato apertamente questa deriva, ricordando che l’idea di una gerarchia tra cittadini basata sull’origine è incompatibile con i principi democratici. È una posizione che meriterebbe maggiore attenzione anche in Europa.
La questione, in fondo, è semplice, una democrazia liberale si fonda su diritti individuali, non su identità etniche. Quando una politica, o un termine, implica che alcuni cittadini siano “meno legittimi” di altri per nascita o origine, si entra in un terreno pericoloso.
La remigrazione, nel senso in cui viene oggi promossa da settori della destra radicale, non è una politica neutra. È una visione del mondo. E ignorarne il significato reale, dietro le attenuazioni retoriche, significa contribuire alla sua normalizzazione.
