Il referendum costituzionale sulla riforma della giustizia, fissato per il 22 e 23 marzo 2026, entra nel vivo con una novità che rischia di produrre l’effetto opposto a quello dichiarato, una maggiore distanza tra i cittadini e le urne. Dopo la pronuncia della Corte di Cassazione, il quesito referendario è stato modificato per includere il dettaglio degli articoli della Costituzione coinvolti dalla riforma. Le date, però, restano immutate.
Formalmente, la scelta viene giustificata dal governo come una semplice integrazione tecnica, priva di conseguenze sostanziali. Nella realtà, il nuovo testo che gli elettori si troveranno sulla scheda rappresenta un salto di complessità significativo. Non più un riferimento sintetico alla riforma dell’ordinamento giudiziario, ma un elenco puntuale di articoli costituzionali, dal 102 al 110 che rinvia a nodi giuridici delicati come la separazione delle carriere, il governo autonomo della magistratura e l’istituzione di una Corte disciplinare.
È proprio qui che si apre il problema politico. Un quesito più tecnico non rende il voto più consapevole per il cittadino comune, ma più opaco. La comprensione reale di ciò che si vota resta appannaggio degli addetti ai lavori, giuristi, magistrati, costituzionalisti. Per la maggioranza degli elettori, il referendum rischia di trasformarsi in un esercizio astratto, lontano dalla quotidianità e difficile da decifrare.
L’effetto più probabile è un ulteriore calo della partecipazione. Quando il contenuto del voto appare incomprensibile, molti scelgono semplicemente di non votare. E chi invece andrà alle urne, con ogni probabilità, lo farà non tanto sulla base del merito della riforma, quanto seguendo un’indicazione politica. Il referendum, così, perde la sua funzione originaria di strumento di democrazia diretta e si trasforma in un test di fedeltà partitica.
È un paradosso evidente, chi sosteneva di voler “depoliticizzare” la riforma della giustizia finisce per politicizzare il voto referendario più di quanto accadrebbe con un quesito chiaro e comprensibile. La scelta di non rinviare la data, nonostante la modifica del testo e le polemiche sui tempi della campagna, rafforza questa impressione. La fretta sembra prevalere sul diritto dei cittadini a essere informati in modo adeguato.
Sul piano di principio, la posta in gioco resta altissima. La giustizia non è un terreno neutro, ma è uno dei pilastri dell’equilibrio democratico. Proprio per questo, qualsiasi riforma dovrebbe muoversi nella direzione di rafforzare, e non indebolire, l’autonomia e l’indipendenza della magistratura da ogni intromissione politica. Solo una magistratura realmente autonoma può garantire l’eguaglianza dei cittadini davanti alla legge e la tutela effettiva dei diritti.
Se il referendum si risolverà in uno scontro politico tra schieramenti, il rischio è che il merito venga completamente oscurato. E allora il vero fallimento non sarà solo quello della partecipazione, ma quello di una democrazia che rinuncia a spiegare, preferendo contare. In questo contesto, il voto diventa inevitabilmente politico. E forse, proprio per questo, diventa una ragione in più per riflettere criticamente su ciò che è in gioco.
