C’è una cosa che i miliardari non riescono proprio a sopportare, scoprire che esiste qualcosa che non è in vendita. Elon Musk, abituato a comprare aziende, satelliti, piattaforme digitali e possibilmente anche il buon senso dei propri ammiratori, ha appena ricevuto una lezione che nessuna università al mondo avrebbe potuto impartirgli meglio, i dollari possono comprare molte cose, ma non sempre gli elettori.
Quasi mezzo miliardo di dollari riversato nelle casse repubblicane. Una montagna di denaro sufficiente a finanziare ospedali, scuole e probabilmente qualche modesta colonia su Marte. Tutto per sostenere Donald Trump e i suoi fedelissimi. Risultato? Una sonora batosta.
Musk, naturalmente, ha reagito scherzando sui suoi fantomatici laser spaziali che questa volta non avrebbero funzionato. Una battuta spiritosa, bisogna riconoscerlo. Peccato che il vero laser ad aver fatto cilecca sia stato quello puntato sul portafoglio degli americani, nella convinzione che bastasse abbagliarli con qualche miliardo per ottenere obbedienza.
Ma la vera sorpresa arriva dal Texas. Proprio il Texas, quella fortezza conservatrice dove per decenni i democratici erano considerati una specie in via d’estinzione. James Talarico ha sconfitto Ken Paxton, pupillo trumpiano sostenuto dalla poderosa macchina finanziaria repubblicana. Un risultato storico, dopo oltre tre decenni di dominio conservatore.
Davide ha abbattuto Golia. E questa volta Golia aveva persino il conto corrente di Elon Musk.
Non è andata meglio altrove. Dall’Iowa al Kansas, dall’Ohio alla Carolina del Nord, l’America profonda ha cominciato a mandare segnali che Trump, occupato ad ammirare la propria immagine, evidentemente non aveva tempo di ascoltare.
E c’è un altro particolare che merita attenzione. Nell’America che la propaganda trumpiana vorrebbe bianca, cristiana, tradizionalista e possibilmente allergica a qualsiasi diversità, avanzano candidati appartenenti a minoranze religiose, persone musulmane, esponenti dichiaratamente omosessuali e rappresentanti di comunità che la destra radicale ha troppo spesso trasformato in bersagli elettorali.
Una bella ironia della storia, mentre Trump prometteva di rendere nuovamente grande l’America, gli americani gli ricordavano che la loro grandezza consiste anche nel non essere tutti uguali.
Naturalmente il presidente ha già trovato il colpevole della disfatta, chiunque tranne se stesso. Non essendo personalmente sulla scheda elettorale, sostiene che con lui sarebbe stata una vittoria schiacciante. È la vecchia filosofia del giocatore di poker che perde la casa e accusa il mazziere.
Ma sarebbe sbagliato attribuire tutto alla sola antipatia per Trump. Gli americani hanno votato anche contro il carovita, contro le promesse tradite, contro una politica che parla continuamente di grandezza nazionale mentre le famiglie faticano a pagare la spesa.
I democratici hanno vinto senza disporre della stessa smisurata potenza finanziaria dei loro avversari. E hanno dimostrato che un’organizzazione politica, quando intercetta il malcontento reale, può ancora battere una cassaforte ambulante.
La morale è semplice. Trump credeva di possedere l’America. Musk pensava di potersela comprare.
Gli americani hanno ricordato a entrambi che, almeno nelle urne, il proprietario non è chi firma l’assegno.
E questa, per due uomini abituati a considerarsi padroni del mondo, dev’essere la sconfitta più indigesta.
