Il ministro si offende, la mafia ringrazia

Invece di rafforzare i controlli nelle carceri, Nordio sceglie lo scontro con il procuratore che denuncia un sistema ormai sfuggito di mano

Ci sono momenti nei quali la politica dovrebbe mettere da parte l’orgoglio e ascoltare chi, per mestiere, la realtà la osserva da vicino. È quanto accaduto dopo le parole del procuratore capo di Palermo, Maurizio De Lucia, che ha denunciato come gli istituti di pena siano ormai fuori dal controllo dello Stato. Un’affermazione grave. Ma ancora più grave sarebbe far finta di non sentirla.

I fatti, del resto, gli danno ragione. Le più recenti inchieste giudiziarie raccontano un quadro inquietante, boss mafiosi che impartiscono ordini dalle celle, organizzano spedizioni punitive, dirigono traffici di droga e continuano a governare le proprie cosche attraverso telefoni cellulari introdotti illegalmente nelle carceri. Droni, frecce, corruzione di personale infedele, complicità esterne, cambiano i mezzi, ma il risultato resta identico. Le mura del carcere non interrompono la catena di comando della criminalità organizzata. La trasferiscono semplicemente dietro le sbarre.

Di fronte a una denuncia tanto circostanziata ci si sarebbe aspettati una risposta diversa dal ministro della Giustizia. Carlo Nordio, invece, ha scelto la via dello scontro personale, sostenendo che fosse De Lucia ad aver «perso il controllo di sé stesso». Una replica che sposta il dibattito dalla sostanza alla polemica, come se il problema fosse il linguaggio del magistrato e non ciò che accade quotidianamente negli istituti di pena.

Eppure nessuno ha messo sotto accusa la Polizia Penitenziaria. Gli agenti lavorano spesso con organici insufficienti, mezzi inadeguati e condizioni sempre più difficili. La denuncia di De Lucia non era rivolta a loro, ma allo Stato. Se i boss continuano a comandare dal carcere, significa che il sistema presenta falle profonde che la politica ha il dovere di colmare.

La risposta dovrebbe essere una sola, rafforzare i controlli, impedire l’ingresso dei cellulari, investire in personale, tecnologie e sicurezza. Invece si è preferito polemizzare con chi ha avuto il coraggio di descrivere una realtà ormai sotto gli occhi di tutti.

In quasi cinque anni di legislatura, il ministro della Giustizia Carlo Nordio ha combinato ben poco sul fronte dell’amministrazione penitenziaria, e non solo. Alle numerose promesse di riforma non sono seguiti risultati capaci di restituire allo Stato il pieno controllo delle carceri. Le criticità denunciate da magistrati, sindacati della Polizia Penitenziaria e dalle stesse inchieste giudiziarie continuano a ripetersi con preoccupante regolarità. Non siamo più davanti a episodi isolati, ma a un problema strutturale che nessuno può più fingere di non vedere.

Quando un procuratore della Repubblica lancia un allarme fondato sulle indagini e i fatti lo confermano, il compito del governo non è difendere il proprio prestigio né prendersela con chi denuncia il problema. È risolverlo.

Perché uno Stato che perde il controllo delle proprie carceri non perde soltanto il controllo di qualche istituto di pena. Perde autorevolezza. E quando lo Stato smette di essere autorevole, sono altri a riempire quel vuoto.