Minimo no, “giusto” sì: il gioco è fatto

Quando il governo Meloni evita la soglia e lascia intatti i salari da fame

Giorgia Meloni

Il decreto sul cosiddetto “salario giusto” varato dal governo guidato da Giorgia Meloni arriva con un tempismo simbolico, il Primo Maggio, ma con un contenuto che appare, nella sostanza, elusivo. Più che affrontare il nodo strutturale dei bassi salari, sembra aggirarlo.

Il punto centrale è semplice, il decreto non introduce alcun salario minimo legale. E questo dato, da solo, basta a chiarire la portata reale dell’intervento. In un contesto europeo in cui la maggior parte dei Paesi ha fissato per legge una soglia minima al di sotto della quale la retribuzione è considerata illegale, l’Italia continua a distinguersi per un’assenza che pesa soprattutto sui lavoratori più fragili.

Il governo sceglie invece di affidarsi alla nozione di “salario giusto”, delegando ancora una volta alla contrattazione collettiva il compito di determinare livelli retributivi adeguati. In teoria, una scelta coerente con la tradizione sindacale italiana. In pratica, una finzione giuridica che ignora le distorsioni reali del mercato del lavoro.

Perché la contrattazione, oggi, non garantisce affatto salari giusti. Esistono contratti nazionali firmati da organizzazioni rappresentative che prevedono minimi retributivi insufficienti a garantire un’esistenza dignitosa. Esistono contratti “pirata” che abbassano ulteriormente l’asticella. Esistono interi settori, dai servizi alla logistica, in cui lavorare non significa uscire dalla povertà.

Il decreto non interviene su nessuno di questi squilibri. Non introduce un minimo inderogabile. Non rende automaticamente esigibili i livelli retributivi più alti. Non elimina le aree grigie. Al contrario, scarica ancora una volta sui lavoratori l’onere di difendersi, costringendoli, nei casi peggiori, a ricorrere al giudice per vedersi riconosciuto un diritto elementare, essere pagati in modo dignitoso.

Nel frattempo, le risorse stanziate, quasi un miliardo, sono destinate principalmente a incentivi per le imprese. Misure già viste, già sperimentate, con effetti limitati e temporanei. Nulla che incida davvero sulla struttura dei salari.

Si dirà, il salario minimo rischia di comprimere la contrattazione. Ma è un argomento debole. In tutti i Paesi europei che lo hanno introdotto, il minimo legale funziona come un pavimento, non come un tetto. La contrattazione continua a svolgere il proprio ruolo nel definire livelli superiori, ma nessuno può scendere sotto una soglia di dignità.

È esattamente questo il punto che il decreto evita, stabilire che sotto una certa cifra non si parla più di lavoro, ma di sfruttamento.

La scelta del governo appare quindi politica prima ancora che tecnica. Si preferisce non intervenire direttamente sul livello minimo delle retribuzioni, mantenendo un sistema che, nei fatti, tollera sacche diffuse di lavoro povero. Il “salario giusto” diventa così una formula retorica, utile a rivendicare un impegno senza modificarne davvero le conseguenze.

Il risultato è una distanza crescente tra narrazione e realtà. Da un lato, l’annuncio di una misura “concreta”. Dall’altro, la persistenza di stipendi che non permettono di arrivare a fine mese.

Finché non si avrà il coraggio di fissare per legge una soglia minima, chi lavora continuerà a essere esposto a una contraddizione inaccettabile, avere un impiego e restare povero. E nessun gioco semantico, per quanto sofisticato, potrà colmare questo divario.