Meglio una pace sporca che una guerra pulita

Il presidente americano sfida l'intransigenza di Kiev. Perché la ragione morale dell'aggredito non può diventare una condanna a guerra e morti senza fine.

Donald Trump

C’è una cosa che Donald Trump sa benissimo, che le guerre non finiscono con le dichiarazioni di principio, ma quando qualcuno trova il modo di far sedere i nemici allo stesso tavolo. E se per riuscirci occorre sporcarsi le mani, pazienza. La storia non ha mai premiato i guanti bianchi.

La decisione del presidente americano di alleggerire alcune sanzioni contro la Russia ha provocato il prevedibile coro degli indignati. A Kiev si grida al tradimento, nelle cancellerie europee si storce il naso e nei salotti della politica internazionale si rispolverano le solite lezioni di moralità. Tutto comprensibile. Ma c’è una domanda che nessuno sembra voler affrontare, vogliamo davvero la pace oppure preferiamo avere ragione mentre la guerra continua?

Trump, con la delicatezza di un elefante in una cristalleria, ha scelto la prima strada. Sostiene che strangolare economicamente Mosca proprio mentre si tenta di negoziare significhi rischiare di far saltare il tavolo. È un ragionamento brutale, forse persino cinico. Ma la diplomazia, quando funziona, è spesso l’arte di ottenere qualcosa da chi non meriterebbe nulla.

Naturalmente Vladimir Putin non è diventato improvvisamente un benefattore dell’umanità. La Russia resta l’aggressore e l’Ucraina il Paese aggredito. Questo è un fatto, non un’opinione. Ma riconoscere le responsabilità non obbliga a trasformare una guerra in una condanna all’eternità.

Zelensky ha tutto il diritto di difendere la propria nazione. Ne ha meno, politicamente, di pretendere che il resto del mondo consideri ogni compromesso una capitolazione. Il coraggio degli ucraini merita rispetto, ma anche il coraggio deve fare i conti con la geografia, con i morti e con la stanchezza dei popoli. E soprattutto con una verità sgradevole, nessuna guerra si conclude soltanto perché una delle parti ha moralmente ragione.

Quanto all’Europa, il suo spettacolo è il più malinconico. Da anni distribuisce ammonimenti, proclama fermezza e invoca soluzioni che poi demanda agli americani. Vorrebbe una pace giusta, rapida, definitiva e possibilmente senza concessioni. Una meraviglia. Peccato che assomigli più a una letterina a Babbo Natale che a una strategia internazionale.

Trump ha anche un interesse elettorale nel contenere il prezzo del carburante? Certamente. Ma sarebbe ingenuo immaginare che i grandi accordi della storia siano mai nati da motivazioni esclusivamente nobili. La politica estera non è un convento e i presidenti non sono missionari.

Resta una condizione essenziale, l’alleggerimento delle sanzioni deve produrre concessioni verificabili da Mosca, non diventare un premio gratuito all’aggressione. Una tregua che preparasse la prossima invasione non sarebbe pace, ma soltanto un intervallo.

Se invece questa manovra poco ortodossa aprisse finalmente la strada a un cessate il fuoco credibile, alla sicurezza dell’Ucraina e a un negoziato serio, bisognerebbe avere l’onestà di riconoscerne il merito.

Perché alla fine, quando i cannoni tacciono, le madri non domandano quale protocollo diplomatico sia stato rispettato. Vogliono sapere se i figli torneranno a casa.