
La decisione del governo britannico di escludere i rappresentanti ufficiali israeliani dalla prossima fiera delle armi di Londra, il Defence and Security Equipment International (DSEI), segna una svolta simbolica e concreta nella politica europea verso Israele. Non si tratta di una presa di posizione retorica o di una condanna generica, come quelle che da mesi si susseguono nelle capitali occidentali senza conseguenze pratiche. È invece un atto politico e diplomatico che colpisce Israele laddove il Paese più fa leva: nella legittimazione internazionale della propria industria bellica e nella proiezione militare che accompagna le relazioni diplomatiche.
Londra non ha bandito le aziende israeliane, che potranno ancora esporre e vendere i loro prodotti al salone. Ma ha posto un segnale netto: i vertici militari e diplomatici israeliani non avranno accesso istituzionale all’evento. È una distinzione sottile, eppure densa di significato. La Gran Bretagna non si limita a criticare il governo Netanyahu, come fanno in tanti. Ha deciso di negare la ribalta e la rappresentanza ufficiale a chi porta avanti una politica di guerra a Gaza che il mondo intero osserva con crescente sgomento.
Questa mossa si aggiunge ad altre misure adottate dal governo di Keir Starmer: sospensione delle licenze di esportazione di armi verso Israele, congelamento dei colloqui per un accordo di libero scambio, e sanzioni contro due ministri israeliani di estrema destra. Non sono atti simbolici, ma restrizioni che incidono su rapporti strategici, economici e politici. In altre parole: Londra traduce le parole in azione.
Ed è proprio questo il punto che mette in imbarazzo gran parte dell’Europa, Italia inclusa. Da Roma arrivano dichiarazioni di condanna, richiami alla pace e alla necessità di una soluzione diplomatica. Ma alle parole non seguono atti capaci di esercitare una reale pressione su Israele. Il governo italiano continua a parlare di “equilibrio”, salvo mantenere rapporti di cooperazione militare ed economica intatti, senza alcuna misura restrittiva. Un atteggiamento che, nei fatti, equivale a un via libera.
La scelta britannica non nasce nel vuoto. In giugno, la Francia ha limitato la presenza dei produttori israeliani al salone aeronautico di Parigi. L’Unione europea si prepara a discutere nuove sanzioni, con Svezia e Paesi Bassi in prima fila. Si tratta di segnali di un’Europa che, pur divisa e timorosa, inizia a muoversi verso forme di pressione più concrete. Ma resta evidente la frattura tra chi osa sfidare apertamente Israele e chi si rifugia nella diplomazia dell’attesa.
La reazione furiosa di Tel Aviv conferma quanto la decisione colpisca nel segno. Definire “discriminazione” l’esclusione dei funzionari israeliani significa rifiutare di riconoscere che si tratta di una misura politica legata al comportamento del governo Netanyahu a Gaza. Israele teme che simili precedenti possano moltiplicarsi, trasformando l’isolamento diplomatico in isolamento istituzionale e militare.
Keir Starmer, annunciando il possibile riconoscimento di uno Stato palestinese a settembre se Israele non accetterà una tregua, ha reso chiaro il messaggio: la guerra di Gaza non è più sostenibile, né moralmente né politicamente. Londra non si limita a invocare un cessate il fuoco, ma lo condiziona a conseguenze diplomatiche tangibili.
La lezione per l’Italia e per altri Paesi europei è evidente. Le dichiarazioni di principio non bastano. Ogni giorno che passa senza azioni concrete equivale a una complicità silenziosa. Il governo britannico dimostra che è possibile, e necessario, andare oltre le formule di circostanza, colpendo Israele sul piano delle relazioni istituzionali e della legittimazione internazionale.
Di fronte a un conflitto che ha assunto i contorni del genocidio, non servono parole, servono decisioni. Londra lo ha capito. Roma, invece, continua a parlare.