Libia, ucciso Seif al-Islam Gheddafi

Il potenziale candidato alle presidenziali eliminato in un paese ancora senza stabilità

Seif al-Islam Gheddafi

L’uccisione di Seif al-Islam Gheddafi, avvenuta a Zintan, nel massiccio del Djebel Nafusa, rappresenta un evento destinato a pesare sul già instabile scenario politico libico. Al di là delle versioni ancora frammentarie fornite da familiari e fonti giudiziarie, il contesto in cui matura questo assassinio suggerisce una lettura che va oltre la mera cronaca nera, quella di un possibile atto politico, legato alla sua volontà di rientrare sulla scena elettorale.

La reazione internazionale è stata immediata. La Russia, attraverso la portavoce del ministero degli Esteri Maria Zakharova, ha condannato l’omicidio chiedendo un’indagine approfondita e l’individuazione dei responsabili. Anche le autorità giudiziarie libiche hanno annunciato l’apertura di un’inchiesta, inviando esperti forensi a Zintan. Ma in un paese frammentato, dove il controllo territoriale e istituzionale è tutt’altro che uniforme, la ricerca della verità rischia di scontrarsi con interessi contrapposti e con la debolezza dello Stato.

Seif al-Islam, secondogenito di Muammar Gheddafi, non ha mai ricoperto incarichi formali durante il regime del padre, ma ne fu a lungo il volto “presentabile” all’estero, interprete di una linea riformista che prometteva aperture politiche e modernizzazione. Quell’immagine crollò durante la rivolta del 2011, quando minacciò “fiumi di sangue” contro i ribelli. Dopo la caduta del regime, fu catturato, processato e condannato a morte in contumacia nel 2015, in un procedimento ampiamente criticato, mentre la Corte Penale Internazionale continuava a richiederne l’arresto per crimini contro l’umanità, accuse da lui sempre respinte.

Nonostante questo pesante fardello giudiziario, Seif al-Islam è riuscito negli anni a mantenere un seguito politico reale. La sua candidatura annunciata nel 2021 alle elezioni presidenziali, poi rinviate a tempo indeterminato, aveva dimostrato come una parte non marginale della popolazione vedesse in lui non tanto un ritorno al passato, quanto un’alternativa all’attuale impasse. In una Libia divisa tra un governo riconosciuto dall’ONU a Tripoli e un’amministrazione orientale legata al generale Khalifa Haftar, la figura del figlio di Gheddafi rappresentava un elemento di disturbo, capace di raccogliere consenso trasversale, soprattutto tra quanti associano il dopo-2011 a caos, insicurezza e perdita di sovranità.

È in questo quadro che l’ipotesi di una ritorsione politica acquista consistenza. Eliminare Seif al-Islam significa rimuovere un potenziale candidato con un seguito elettorale significativo, ma anche un simbolo ingombrante per le attuali élite libiche, civili e militari, che hanno costruito il proprio potere sulla frammentazione del paese. Come ha osservato l’analista Emadeddin Badi, la sua morte potrebbe trasformarlo in un “martire” per una parte della popolazione, alterando ulteriormente le dinamiche politiche e aprendo nuovi fronti di tensione.

A quindici anni dalla caduta del regime, la Libia resta prigioniera delle conseguenze dell’intervento del 2011 e delle divisioni che ne sono seguite. L’assassinio di Seif al-Islam Gheddafi non chiude un capitolo, ma ne apre uno nuovo e potenzialmente più instabile. Se sarà accertato che dietro l’omicidio vi è una logica di eliminazione politica, il messaggio lanciato al paese è chiaro, il confronto elettorale continua a essere percepito come una minaccia, non come una soluzione. In assenza di istituzioni forti e condivise, anche il voto resta un campo di battaglia.