Donald Trump e i suoi alleati provano oggi a vendere il cessate il fuoco come una vittoria della deterrenza americana e israeliana. La narrazione ufficiale parla di fermezza premiata, di escalation controllata, di Iran ricondotto al tavolo negoziale sotto pressione. Ma la realtà che emerge dai fatti è molto meno favorevole a Washington e Tel Aviv, questa guerra, oltre che sanguinosa, si rivela politicamente inutile.
L’obiettivo implicito dell’offensiva era chiaro, piegare la Repubblica islamica, spezzarne la catena di comando, delegittimare il regime agli occhi del proprio popolo e costringerlo a trattare da una posizione di inferiorità. Nulla di tutto questo è realmente avvenuto. Teheran arriva ai colloqui ferita, ma non domata. Il sistema di potere iraniano ha subito colpi durissimi, ma non è collassato. E questo, sul piano strategico, è il primo dato che conta.
L’Iran ha soprattutto dimostrato ciò che Israele e Stati Uniti speravano di smentire, la sua capacità di resistenza. Non solo ha retto l’urto militare, ma ha continuato a combattere fino all’ultimo, mostrando di poter infliggere costi reali ai propri avversari. È questo il vero fallimento della guerra, non aver cambiato il rapporto di forza politico che avrebbe dovuto giustificarla.
Il secondo punto, ancora più rilevante, riguarda lo stretto di Hormuz. Se prima del conflitto il controllo iraniano su quella rotta era una minaccia teorica, oggi è diventato un fatto politico concreto. Il mondo ha visto con chiarezza che Teheran possiede la capacità di bloccare o condizionare uno dei check point energetici più delicati del pianeta. In altre parole, l’Iran ha dimostrato di poter trasformare una crisi regionale in un problema economico globale.
Questo significa che, al netto della retorica trionfalistica americana, la leva strategica iraniana non è stata ridotta, è stata resa più evidente. E ciò spiega perché i mercati abbiano reagito non tanto alla “forza” di Trump, quanto alla semplice speranza di una de-escalation. Il prezzo del petrolio, la stabilità delle rotte marittime, il costo dell’energia e dei trasporti, tutto resta appeso alla capacità iraniana di esercitare pressione su Hormuz. È una forma di potere asimmetrico che né Israele né gli Stati Uniti sono riusciti a neutralizzare.
Trump ha ottenuto ciò che gli riesce meglio, l’effetto mediatico immediato, la gratificazione istantanea, il titolo da prima pagina. Ma il teatro politico non coincide con il risultato strategico. Se dopo settimane di minacce apocalittiche, di bombardamenti e di mobilitazione militare, l’Iran conserva ancora capacità negoziale, deterrenza energetica e continuità di regime, allora bisogna dirlo con chiarezza, questa guerra non ha risolto il problema che pretendeva di risolvere.
Anzi, rischia di averlo aggravato. Perché un Iran sopravvissuto, umiliato ma non sconfitto, entrerà ora ai negoziati con una convinzione rafforzata, che la pressione occidentale può essere assorbita, e che la propria centralità geopolitica resta intatta.
È questa la verità che a Washington e a Tel Aviv si fatica ad ammettere. L’Iran non ha vinto in senso classico. Ma non ha perso. E, in geopolitica, talvolta basta questo per trasformare una guerra proclamata come necessaria in una dimostrazione clamorosa della sua inutilità.
