La morte della Guida Suprema iraniana, Ali Khamenei, nel contesto degli attacchi congiunti di Stati Uniti e Israele contro l’Iran, apre una fase di instabilità che rischia di travolgere l’intero Medio Oriente. Se confermata, la scomparsa del vertice della Repubblica Islamica non rappresenterebbe automaticamente un varco verso la libertà, come suggerito da Washington, ma potrebbe piuttosto spalancare la porta al caos.
Il presidente statunitense Donald Trump ha definito l’operazione una “occasione storica” per il popolo iraniano, invitandolo a riprendersi il proprio destino. Il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu ha parlato di “segnali crescenti” sull’eliminazione di Khamenei dopo i raid contro il suo complesso. Ma dietro la retorica dell’opportunità si intravede una scelta strategica ad altissimo rischio, quella di forzare un cambio di regime attraverso la pressione militare, senza un piano credibile per il “giorno dopo”.
Teheran ha reagito con missili e droni contro Israele e basi statunitensi nella regione, innescando una spirale che potrebbe rapidamente sfuggire di mano. In una regione già segnata da conflitti cronici, fragilità statuali e tensioni settarie, l’azzardo di colpire al vertice il sistema iraniano rischia di trasformarsi in un detonatore incontrollabile.
Non è un caso che una parte significativa della comunità internazionale abbia scelto un registro opposto a quello dell’escalation. In Europa, il primo ministro britannico Keir Starmer, il presidente francese Emmanuel Macron e il cancelliere tedesco Friedrich Merz hanno chiesto esplicitamente la ripresa dei colloqui tra Washington e Teheran. Hanno ribadito di non aver partecipato agli attacchi e di ritenere che le questioni nucleari e regionali iraniane non possano essere risolte “solo con attacchi”. È una presa di distanza che suona come un monito politico, la forza senza diplomazia produce solo instabilità.
L’Oman, storico mediatore tra Stati Uniti e Iran, ha richiamato il rispetto del diritto internazionale e la necessità di risolvere le controversie con mezzi pacifici. La Norvegia ha evocato il rischio di una “nuova, estesa guerra in Medio Oriente”. La stessa European Union ha invitato alla moderazione e alla diplomazia regionale per garantire la sicurezza nucleare, mentre la Lega Araba ha sollecitato una rapida de-escalation.
Anche Russia e Cina, pur con motivazioni proprie, hanno chiesto la cessazione immediata delle ostilità e il ritorno al negoziato. La convocazione d’urgenza del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite conferma che la crisi non può essere lasciata alla sola logica militare.
Il punto politico è chiaro, l’idea che un intervento armato possa rimodellare dall’esterno l’assetto di potere iraniano ignora le lezioni più dure degli ultimi decenni in Medio Oriente. Il vuoto di potere raramente genera democrazia; più spesso produce frammentazione, radicalizzazione e conflitti per procura. Un Iran destabilizzato potrebbe diventare terreno fertile per lotte interne tra fazioni, per il rafforzamento degli apparati più intransigenti o per un’espansione indiretta del conflitto attraverso attori alleati nella regione.
L’azione di Trump e Netanyahu, presentata come preventiva o liberatoria, rischia dunque di compromettere la sicurezza collettiva. L’eventuale crollo dell’equilibrio interno iraniano non resterebbe confinato entro i suoi confini, investirebbe le rotte energetiche, la stabilità del Golfo, la sicurezza di Israele e la già fragile architettura della non proliferazione nucleare.
Scommettere sulla forza come scorciatoia politica può apparire risolutivo nell’immediato, ma nel medio periodo espone l’intera regione a esiti imprevedibili. Se davvero si vuole evitare una guerra più ampia, la strada non può essere quella dell’umiliazione e dell’azzardo strategico, bensì quella di un negoziato difficile ma necessario. La storia recente insegna che accendere un conflitto è facile; spegnerlo, quasi mai.
