Giappone, paga l’affitto per 27 anni e fa arrestare il killer

La tenacia di Takaba Satoru: ha conservato intatta la scena del delitto della moglie fino alla svolta del Dna, che nel 2023 ha portato all’arresto della presunta responsabile.

Giappone killer moglie

La vicenda affonda le radici nel 13 novembre 1999. In un appartamento nel quartiere Nishi di Nagoya, in Giappone, Takaba Namiko, 32 anni, viene trovata senza vita. È stata colpita più volte al collo con un’arma da taglio. In casa c’è anche il figlio della coppia, appena due anni, miracolosamente illeso.

Il marito, Takaba Satoru, era uscito per recarsi al lavoro. Quel giorno segna l’inizio di un’indagine lunga e complessa che per oltre vent’anni non riesce a individuare un responsabile, trasformando il caso in uno dei cold case più dolorosi e seguiti del Paese.

La scelta che cambia una vita: pagare per non cancellare le tracce

Subito dopo l’omicidio, Satoru prende una decisione drastica: continuare a pagare l’affitto dell’appartamento dove si è consumato il delitto. L’obiettivo è uno solo: evitare che la scena del crimine venga alterata o smantellata, nella convinzione che i progressi della scienza forense possano, un giorno, offrire nuove risposte.

Secondo i media giapponesi, in oltre due decenni avrebbe speso circa 22 milioni di yen pur di mantenere intatto l’immobile. In un primo momento aveva pensato di rescindere il contratto, ma tre anni dopo la tragedia un esperto intervenuto durante un programma televisivo ipotizzò che parte del sangue presente nell’appartamento potesse appartenere all’assassino e non solo alla vittima.

Fino ad allora Satoru aveva creduto che quelle tracce fossero esclusivamente della moglie. Quando comprese che c’erano elementi che nemmeno lui conosceva e che solo il colpevole avrebbe potuto spiegare, maturò la decisione definitiva: conservare tutto in attesa di nuove analisi.

Le battaglie pubbliche e la riforma della prescrizione

Negli anni successivi, Satoru non si limita ad aspettare. Distribuisce volantini davanti alle stazioni ferroviarie, partecipa a trasmissioni televisive e parla con la stampa per mantenere alta l’attenzione sul caso. Al suo fianco cresce il figlio, segnato dall’assenza della madre ma testimone della determinazione del padre.

Fino al 2010, in Giappone, l’omicidio era soggetto a prescrizione dopo 25 anni. La riforma che ha abolito la prescrizione per i reati punibili con la pena di morte riaccende le speranze. Satoru, insieme ad altri familiari di vittime, fa pressione sul governo affinché la legge venga modificata, convinto che il tempo non debba diventare un alleato dei colpevoli.

La svolta nel 2023: l’arresto grazie al Dna

La svolta arriva nell’ottobre 2023. La polizia della prefettura di Aichi annuncia l’arresto di Kumiko Yasufuku, 69 anni, con l’accusa di omicidio. La donna si è consegnata il giorno precedente.

Secondo quanto riferito dagli investigatori, Yasufuku era stata compagna di liceo di Satoru. Lui ha dichiarato di non ricordarla, mentre gli inquirenti ipotizzano che potesse essere segretamente innamorata di lui e invidiosa della sua vita familiare.

La donna era stata interrogata volontariamente più volte nel corso dell’anno. Dopo iniziali rifiuti, in ottobre ha accettato di fornire un campione di Dna. Le analisi avrebbero stabilito la corrispondenza tra il suo profilo genetico e il sangue repertato nell’appartamento nel 1999.

Già all’epoca, l’analisi delle tracce ematiche e delle impronte aveva portato la polizia a ritenere che l’autore del delitto fosse una donna tra i 40 e i 60 anni, identificandone gruppo sanguigno e numero di scarpe. Ma solo le tecnologie più recenti hanno consentito un confronto decisivo.

“L’ho fatto per mio figlio”

Il 31 ottobre, intorno alle 12:30, la polizia contatta Satoru per informarlo dell’imminente arresto. All’Asahi Shimbun l’uomo confessa di essere rimasto sorpreso, cercando di assimilare la notizia dopo oltre vent’anni di attesa.

In una precedente intervista televisiva, accanto all’altare domestico con le foto della moglie, aveva spiegato il senso della sua scelta: non un’ossessione, ma la volontà di poter dire al figlio di aver fatto tutto il possibile per assicurare l’assassino alla giustizia.

Mostrando le immagini del figlio appena sposato, aveva aggiunto con commozione che la madre sarebbe stata felice di vedere quel momento.

Un appartamento come prova e simbolo

Gli investigatori della prefettura di Aichi hanno riconosciuto che la conservazione dell’appartamento si è rivelata utile per il proseguimento delle indagini. Oggi Satoru auspica che la sospettata venga condotta in quell’abitazione per ricostruire nei dettagli quanto accaduto.

La sua storia, segnata dal dolore ma anche da una straordinaria perseveranza, dimostra come la fiducia nella giustizia e nel progresso scientifico possa trasformare un luogo di tragedia in uno spazio di verità.