I lavoratori di Acciaierie d’Italia si sono uniti in uno sciopero generale di 24 ore indetto dalle sigle FIM, FIOM e UILM. Le manifestazioni interessano direttamente i tre poli produttivi principali. A Genova, oltre cinquecento dipendenti hanno sfilato in corteo per raggiungere la prefettura, allestendo un presidio con tende e sedie che ha paralizzato il traffico urbano e causato la deviazione dei mezzi pubblici, con la partecipazione diretta della sindaca Silvia Salis. A Taranto le maestranze hanno presidiato i cancelli della fabbrica per poi bloccare la statale adiacente, mentre a Novi Ligure circa 350 operai si sono riuniti in assemblea e presidio alla presenza del primo cittadino Rocchino Muliere. Anche l’Unione Sindacale di Base ha confermato che la mobilitazione non si fermerà senza rassicurazioni concrete ed è destinata ad inasprirsi.
I provvedimenti giudiziari e il blocco dell’area a caldo
Alla base dello stop c’è il provvedimento emesso dalla Corte d’Appello di Milano, che stabilisce il fermo definitivo entro il 28 ottobre per l’area a caldo di Taranto, considerata il cuore della produzione ma anche il reparto a più alto impatto ambientale. Dopo il rigetto di ben due istanze di sospensiva presentate dai commissari dell’amministrazione straordinaria, Acciaierie d’Italia ha anticipato la chiusura dell’impianto pugliese per via dell’esaurimento delle scorte di materie prime, evitando così di accumulare materiale destinato a rimanere inutilizzato. Il destino legale della vicenda resta appeso alla sentenza della Corte di Cassazione, attesa per il 20 ottobre.
L’effetto domino sugli impianti produttivi del Nord
Il blocco di Taranto si ripercuote inevitabilmente sulla catena industriale del gruppo. Poiché la fusione primariamente avviene negli altiforni pugliesi, i siti di Genova e Novi Ligure dipendono interamente dall’acciaio grezzo inviato dal Sud. Senza la semilavorazione originaria, la produzione nel Nord Italia si è fermata prima del previsto, nonostante le indicazioni sindacali riferissero la presenza di scorte da lavorare. La proposta dei sindacati di acquistare acciaio grezzo dall’estero per mantenere operative le linee è stata declinata dall’azienda, che ha evidenziato tempi di approvvigionamento di diversi mesi e sostenuto di aver tentato ogni alternativa percorribile.
Ammortizzatori sociali e il nodo del piano industriale
Di fronte all’interruzione delle attività, l’azienda ha fatto ricorso alla cassa integrazione a tempo pieno per l’intero bacino di lavoratori. Sebbene il ricorso agli ammortizzatori sociali sia una costante da anni per le tute blu dell’ex ILVA, l’azzeramento totale dell’attività lavorativa segna un punto di svolta critico. L’incontro svolto presso il Ministero delle Imprese e del Made in Italy ha visto l’impegno dell’esecutivo nello stanziare risorse per il sostegno al reddito e nell’indirizzare la futura produzione verso standard meno inquinanti. Una prospettiva giudicata tuttavia troppo generica dalle rappresentanze dei lavoratori, che lamentano la mancanza di un piano d’impresa definito e di garanzie reali di ripartenza.
Un dilemma strutturale tra occupazione, salute ed economia
La vicenda dell’ex ILVA rappresenta da oltre un decennio uno dei dossier più complessi dell’industria italiana. Con circa 8.000 dipendenti diretti e un esteso indotto, il polo siderurgico vive una profonda contraddizione tra la tutela della salute pubblica e la salvaguardia dei posti di lavoro. Gli ingenti interventi finanziari dello Stato, affiancati ai tentativi infruttuosi di vendita e riorganizzazione con partner privati, si sono continuamente scontrati con ingenti perdite mensili, costi energetici elevati e le severe normative europee sulla decarbonizzazione e sugli aiuti statali.
