A Davos, nel cuore del World Economic Forum, Ursula von der Leyen ha pronunciato uno dei discorsi più netti da quando Donald Trump è tornato alla Casa Bianca. Non per alzare i toni, ma per chiarire una linea, l’indipendenza europea non è più un’aspirazione ideale, bensì un imperativo strutturale. Una necessità dettata da un mondo che ha smesso di essere cooperativo e da alleanze che non possono più essere date per scontate.
La presidente della Commissione ha toccato il nervo scoperto dei dazi statunitensi, definendoli senza ambiguità “un errore”, soprattutto tra alleati storici. Non è una formula diplomatica, è una critica politica. I dazi aggiuntivi annunciati da Washington contro diversi Paesi europei non sono solo una misura economica, ma un segnale di discontinuità strategica. Alimentano una spirale di ritorsioni che indebolisce il sistema multilaterale e finisce per danneggiare anche chi li impone. In altre parole, il protezionismo come illusione di forza, che produce fragilità.
Von der Leyen ha scelto di non rispondere con lo stesso linguaggio muscolare. Ha parlato di una risposta “ferma” ma aperta al dialogo. È una distinzione cruciale. Ferma, perché l’Unione europea non può accettare di essere trattata come un attore minore nel rapporto transatlantico. Costruttiva, perché la rottura non conviene a nessuno, né sul piano commerciale né su quello della sicurezza. Ma la fermezza, per essere credibile, richiede strumenti, politica industriale, autonomia tecnologica, capacità di difesa e una visione comune che vada oltre l’emergenza.
È in questo quadro che va letta anche la questione della Groenlandia. Le mire dichiarate di Trump sull’isola artica, liquidate con sorprendente leggerezza come una trattativa possibile, rappresentano qualcosa di più di una bizzarria geopolitica. Sono il simbolo di un mondo che torna a ragionare in termini di acquisizione territoriale e di controllo delle risorse strategiche. Che l’Europa risponda annunciando investimenti e presenza politica in Groenlandia è un segnale importante, non di contrapposizione frontale, ma di consapevolezza. L’Artico non è un vuoto da occupare, è uno spazio geopolitico che chiama responsabilità, cooperazione e rispetto del diritto internazionale.
Nel suo intervento, von der Leyen ha anche ammesso una verità scomoda, l’Europa ha troppo spesso esternalizzato la propria sicurezza. Quei giorni, ha detto, sono finiti. È una frase che pesa più di molte promesse. Perché implica una revisione profonda del rapporto con gli Stati Uniti, non più fondato sulla dipendenza, ma su un equilibrio tra partner maturi. Collaborazione, sì. Subalternità, no.
Davos, con il suo slogan sullo “spirito di dialogo”, sembra lontano dalla realtà di un mondo attraversato da guerre, dazi e nuove rivalità imperiali. Eppure proprio lì l’Europa ha mostrato di voler smettere di reagire e iniziare a scegliere. L’indipendenza europea evocata da von der Leyen non è isolamento, ma capacità di dire no quando serve e di negoziare da una posizione di forza. In un’epoca di ritorni al passato, è forse l’unico modo per restare rilevanti senza tradire i propri principi.
