Era l’estate del 1975 e Cristina Mazzotti, una diciottenne solare, studentessa del Liceo Carducci di Milano, aveva appena festeggiato due traguardi importanti: la promozione e la maggiore età. Figlia di Elios Mazzotti, noto imprenditore cerealicolo, Cristina non avrebbe mai immaginato che il tragitto verso la villa di famiglia a Eupilio si sarebbe trasformato in una trappola mortale.
Mentre viaggiava sulla sua Mini Minor con il fidanzato e un’amica, l’auto venne sbarrata da due vetture. Un commando armato la prelevò con forza, dando inizio a quello che sarebbe diventato uno dei casi più atroci della cronaca nera italiana: il primo sequestro a scopo di estorsione gestito dalla ‘ndrangheta nell’Italia settentrionale.
Ventisette giorni nell’inferno di una buca
La prigionia di Cristina fu di una crudeltà inaudita. Segregata nella cascina “Padreterno” a Castelletto sopra Ticino, fu chiusa in una fossa di cemento angusta, priva di luce e spazio, con un solo tubicino di plastica per respirare.
Per quasi un mese, la ragazza fu nutrita a stenti e stordita con dosi massicce di Valium, somministrate dai suoi carcerieri per tenerla sedata. Queste condizioni disumane, unite all’eccesso di tranquillanti, portarono Cristina alla morte tra la fine di luglio e l’inizio di agosto. Tragicamente, la sua vita si spense prima ancora che la famiglia potesse consegnare il riscatto di un miliardo e 50 milioni di lire, pagato dal padre Elios quando la figlia era, a sua insaputa, già senza vita.
Il ritrovamento e il dolore di una famiglia
Ritrovarono il corpo di Cristina solo il 1° settembre 1975. Brutalmente abbandonato in una discarica a Galliate, nel novarese. Ai suoi funerali parteciparono 25.000 persone, un grido collettivo di indignazione contro una violenza senza precedenti.
Il dramma distrusse l’intera famiglia: il padre morì di infarto pochi mesi dopo, schiacciato dal dolore. La madre, Carla Antonia Airoldi, è invece scomparsa nel 2023 a 98 anni. Una donna che ha dedicato la vita a mantenere vivo il ricordo della figlia e a chiedere giustizia.
Mezzo secolo per una giustizia completa
Sebbene il primo processo del 1977 avesse portato a numerose condanne e otto ergastoli, la verità sui mandanti è rimasta sepolta per decenni. La svolta è arrivata grazie alle moderne tecnologie: nel 2007, una impronta digitale ha ricollegato il nome di Demetrio Latella al sequestro.
Nonostante un’iniziale archiviazione, la tenacia degli avvocati della famiglia e la decisione della Cassazione sulla imprescrittibilità dell’omicidio volontario hanno permesso di riaprire il caso. Nel 2024, la Corte d’Assise di Como ha finalmente emesso una sentenza storica, condannando all’ergastolo Giuseppe Calabrò e Demetrio Latella, esponenti della criminalità organizzata calabrese, per il loro ruolo di esecutori materiali del rapimento.
Un’eredità di ombre e silenzi
Nonostante le recenti sentenze, alcuni segreti rimarranno per sempre inviolati. Figure chiave come il boss Giuseppe Morabito sono decedute prima di affrontare il verdetto finale, portando con sé dettagli preziosi sulla pianificazione del crimine. Resta però il valore di una sentenza che, dopo 50 anni, riconosce ufficialmente la matrice mafiosa di un delitto che ha segnato la fine dell’innocenza per un’intera generazione.
