Alla 62ª Conferenza sulla sicurezza di Monaco l’Europa ha preso atto, forse definitivamente, della fine delle illusioni. L’ordine internazionale costruito dopo il 1945 non regge più e il legame transatlantico, pur restando centrale, non è più sufficiente a garantire sicurezza e stabilità. Da questo punto fermo è partito il discorso del cancelliere tedesco Friedrich Merz, che ha segnato una frattura politica e culturale con l’America di Donald Trump e con l’universo ideologico che la sostiene.
A un anno dal discorso con cui J.D. Vance aveva accusato l’Europa di vivere sotto tutela americana, Merz ha riconosciuto che quella frattura esiste davvero. Ma l’ha ribaltata. Non con una replica polemica, bensì con una presa di responsabilità, l’Unione europea deve diventare più sovrana, militarmente, economicamente e tecnologicamente. Washington resta un partner essenziale, ma non può più essere il pilastro unico della sicurezza europea.
Il punto più netto del discorso di Merz non è stato però strategico, bensì culturale. «Le battaglie culturali Maga non sono le nostre», ha detto dal podio di Monaco. Una frase che segna una linea di demarcazione chiara, l’Europa non intende importare la retorica identitaria, il disprezzo per le istituzioni liberali e la riduzione della politica a scontro permanente che caratterizzano il trumpismo. Per Berlino, la libertà di parola si arresta dove inizia l’attacco alla dignità umana e ai principi costituzionali. È una visione incompatibile con l’idea di democrazia promossa dall’America di Trump e Vance.
Da qui discende anche la nuova postura tedesca sulla difesa. Merz ha parlato apertamente di una Germania pronta a guidare il rafforzamento militare europeo, con una Bundeswehr destinata a diventare la forza convenzionale più potente del continente e con un ruolo crescente nella sicurezza dell’Artico. Sullo sfondo, colloqui riservati con Emmanuel Macron sulla deterrenza nucleare europea. È il segnale che Berlino non considera più reversibile l’erosione delle garanzie americane.
In questo quadro, la posizione italiana spicca per ambiguità. Mentre a Monaco si discuteva del futuro della sicurezza europea e della guerra in Ucraina, Giorgia Meloni ha scelto di non partecipare alla conferenza, preferendo una missione in Etiopia. Una decisione politicamente eloquente. L’Italia era presente solo indirettamente, rappresentata dal ministro degli Esteri Antonio Tajani e dal ministro della Difesa Guido Crosetto.
L’assenza della presidente del Consiglio arriva mentre Roma continua a muoversi su una linea di equilibrio instabile, europeista nelle dichiarazioni ufficiali, ma cauta nel prendere le distanze dall’amministrazione Trump, con cui Meloni rivendica un canale privilegiato. Proprio mentre Berlino e Parigi affermano che la cultura Maga non appartiene all’Europa, Palazzo Chigi evita di esplicitare una scelta di campo netta.
La Conferenza di Monaco ha mostrato un’Europa chiamata a uscire dalla sua “vacanza dalla Storia”, come l’ha definita Merz. Ma ha anche messo in luce una frattura interna, tra chi ritiene inevitabile un’emancipazione strategica e culturale dagli Stati Uniti trumpiani e chi, come il governo italiano, continua a oscillare tra fedeltà atlantica e prudente silenzio. In un mondo più duro e instabile, anche l’ambiguità rischia di diventare una scelta. E non è detto che sia la più sostenibile.
