Alla fine, l’accordo è arrivato. Le armi tacciono, almeno per ora. I mercati tirano un sospiro di sollievo, le cancellerie occidentali celebrano il ritorno della diplomazia e i leader coinvolti si affrettano a rivendicare il successo delle proprie strategie.
Ma la domanda resta inevitabile: di che cosa dovremmo essere contenti?
Dovremmo forse festeggiare la fine di una guerra che non avrebbe mai dovuto iniziare? Dovremmo applaudire coloro che, dopo aver alimentato l’incendio, si presentano oggi come i pompieri della situazione? La pace è sempre una buona notizia, certo. Ma la pace non cancella automaticamente le responsabilità politiche che hanno reso necessario il suo ritorno.
L’amministrazione Trump ha inseguito per mesi l’illusione di poter piegare l’Iran attraverso la pressione militare e l’isolamento internazionale. Un approccio fondato più sulla convinzione ideologica che sulla comprensione della realtà storica, sociale e politica del Paese. L’idea di un “regime change” a Teheran appartiene a quel repertorio di fantasie geopolitiche che periodicamente riaffiorano a Washington, ignorando sistematicamente le lezioni del passato.
In questa avventura, il presidente americano si è lasciato trascinare dalle priorità strategiche del governo Netanyahu, trasformando una crisi regionale in una minaccia per l’intera economia globale. Il prezzo è stato pagato soprattutto dai civili, come sempre accade. Morti, distruzioni, instabilità e nuove tensioni che continueranno a produrre conseguenze ben oltre la firma di qualsiasi accordo.
Sul piano politico, il risultato appare difficile da presentare come una vittoria occidentale. L’Iran esce dal confronto senza aver subito quel cambiamento di regime che molti auspicavano. Gli obiettivi dichiarati non sono stati raggiunti e la realtà dei fatti racconta una storia diversa dalla retorica dei comunicati ufficiali.
Nel frattempo, Israele continua la propria strategia regionale. Il Libano resta sotto pressione militare. In Cisgiordania prosegue l’espansione degli insediamenti e il bilancio delle vittime continua ad aggiornarsi quasi quotidianamente. La credibilità internazionale del governo Netanyahu, già profondamente compromessa, non sembra aver tratto alcun beneficio da questa nuova fase del conflitto.
Per questo è difficile condividere l’entusiasmo di chi oggi parla di successo storico. Si può essere sollevati perché la guerra si ferma. Si può essere felici perché si evita un’escalation ancora più devastante. Ma essere contenti è un’altra cosa.
Essere contenti significherebbe poter indicare un risultato politico all’altezza dei costi umani ed economici sostenuti. Significherebbe vedere una regione più stabile, meno violenta, più vicina a una soluzione duratura. Significherebbe assistere alla fine delle logiche di forza che da decenni alimentano nuovi conflitti.
Oggi, invece, possiamo soltanto constatare che dopo tanta distruzione si è tornati esattamente al punto da cui si sarebbe potuto partire: il negoziato.
E allora la domanda resta lì, sospesa e scomoda.
Di che cosa dobbiamo essere contenti?
