Ore fa, tra l’alba mediorientale e la notte americana, Stati Uniti e Israele hanno colpito obiettivi in Iran in quella che i due governi definiscono un’“operazione preventiva” o “di combattimento su larga scala” per neutralizzare minacce ritenute imminenti, in particolare legate ai programmi nucleari e missilistici iraniani e alla possibilità che tali capacità finiscano per colpire gli alleati occidentali e Israele stesso.
Le esplosioni segnalate a Teheran e in altre città hanno immediatamente alzato il livello di allerta regionale. Israele ha dichiarato lo stato di emergenza nazionale; Washington ha parlato di neutralizzazione di minacce imminenti. Teheran denuncia invece un’aggressione e prepara la risposta.
Le versioni ufficiali si scontrano già sul terreno del diritto e della legittimità: da una parte la dottrina della prevenzione, dall’altra il principio di sovranità territoriale. Nel frattempo, le sirene risuonano e i sistemi di difesa vengono attivati.
Israele ha dichiarato lo stato di emergenza nazionale, con sirene d’allarme che hanno risuonato in varie città e ordini alla popolazione di seguire le istruzioni di protezione civile. Il ministro della Difesa israeliano ha avvertito apertamente che si prevede una possibile ritorsione da parte dell’Iran, mentre nel mondo arabo e nelle capitali occidentali si registra un’accelerazione delle misure di sicurezza. Secondo fonti internazionali, il leader supremo iraniano Ayatollah Ali Khamenei è stato trasferito in un luogo sicuro fuori da Teheran.
Il presidente statunitense, in un video su Truth Social, ha ribadito l’impegno Usa nella campagna dicendo che “le forze americane hanno iniziato major combat operations in Iran” con l’obiettivo dichiarato di “eliminare capacità belliche e impedire che l’Iran possa dotarsi di armi nucleari e missili capaci di colpire direttamente gli Stati Uniti e i suoi alleati”.
Queste prime ore hanno visto sirene antiaeree, intercettazioni di missili e risposte regionali: secondo fonti di agenzia, l’Iran avrebbe lanciato missili verso Israele e obiettivi statunitensi in paesi del Golfo come Kuwait, Qatar e Bahrain, dove sono presenti basi Usa, con esplosioni segnalate anche in quei territori mentre le difese aeree lavorano per intercettare i razzi.

La cartina evidenzia in rosso l’intero territorio di Israele, apparendo come una striscia allungata, sottile e priva di profondità strategica tra il Mar Mediterraneo e i confini orientali. Questa forma geografica racconta una vulnerabilità strutturale: nel punto più sottile, tra la costa e la Cisgiordania, la distanza è minima e non esiste un vero spazio difensivo dove arretrare in caso di attacco.
Le principali città (Tel Aviv, Gerusalemme, Haifa) insieme alle infrastrutture civili, economiche e tecnologiche cruciali, si trovano a breve distanza dai confini e dalle potenziali traiettorie di missili o droni che potrebbero partire da nord, est o, come sembra ora possibile, anche da più grandi distanze tecnologiche. Una singola escalation può abbracciare rapidamente tutte queste aree perché lo spazio fisico non concede ampiezza: ciò che nella guerra contemporanea si traduce in pochi minuti di volo di un missile o di un drone.
La zona costiera più densamente popolata, visualmente distinta nella cartina, è il cuore economico e demografico del Paese. Colpire o minacciare quella fascia significa incidere direttamente sul tessuto sociale. La mappa mostra anche quanto Israele sia circondato da zone potenzialmente instabili: a nord il Libano, a nord-est la Siria, a est la Giordania e la Cisgiordania, tutte aree nelle quali attori regionali, alleati di Teheran, potrebbero presto essere trascinati nel conflitto.
L’Iran, pur non confinante direttamente, è oggi presente in ogni linea tracciata su questa carta: nella guerra moderna, missili a lungo raggio e alleanze regionali accorciano le distanze. Esaminare questa mappa significa comprendere che l’escalation non è un concetto astratto, ma una serie di linee e spazi in cui ogni decisione strategica si riflette immediatamente nella vita di milioni di persone reali.
In un territorio dove la profondità strategica è quasi assente, il tempo di reazione non è solo tattico: è difensivo, sociale e, ora più che mai, umano.
@Riproduzione riservata.
