Israele, cittadini di serie A, B e C. E la chiamano democrazia

Lo stallo elettorale israeliano smaschera il grande paradosso di uno Stato che si proclama democratico, ma considera una parte dei propri cittadini indegna di governare.

Benjamin Netanyahu - Gadi Eisenkot

Israele ama definirsi l’unica grande democrazia del Medio Oriente. E bisogna riconoscergli una certa abilità, quella di riuscire a celebrare il rito delle elezioni e, contemporaneamente, a considerare politicamente impresentabili milioni di cittadini che a quelle elezioni partecipano.

Le urne hanno consegnato ai partiti arabi 19 seggi alla Knesset. Un risultato storico. Ma soprattutto uno schiaffo all’ipocrisia di un sistema che riconosce agli arabi israeliani il diritto di votare, purché non pretendano di contare.

È una democrazia curiosa, quella israeliana. Una democrazia con una gerarchia non scritta, ma ben riconoscibile.

In cima ci sono i cittadini di serie A, gli ebrei di origine europea, storicamente dominanti nelle istituzioni e nei centri del potere. Seguono quelli di serie B, gli ebrei mizrahi, provenienti dal mondo arabo e mediorientale, che hanno conosciuto discriminazioni e marginalizzazione, pur essendo oggi parte integrante della società e della politica israeliana. Infine, in fondo alla scala, ci sono i cittadini di serie C, i palestinesi con cittadinanza israeliana, ai quali viene riconosciuto il voto ma troppo spesso negata una pari legittimità politica.

Naturalmente non è una classificazione giuridica, né descrive ogni singola esperienza. È la fotografia impietosa di disuguaglianze storiche e di un’esclusione politica che sopravvive alle elezioni.

Il paradosso è servito.

Netanyahu non dispone di una maggioranza sicura. Eisenkot nemmeno. I partiti arabi potrebbero risultare decisivi. Eppure, anziché aprire una trattativa normale, come accadrebbe in una democrazia parlamentare degna del nome, comincia il mercato delle condizioni, dei sospetti, delle scomuniche preventive.

Ai rappresentanti palestinesi si chiede di dimostrare la propria rispettabilità politica prima ancora di sedersi al tavolo. Agli altri, evidentemente, basta esserci.

Netanyahu, da vecchio prestigiatore della paura, ha trovato il solito coniglio nel cilindro, insinuare che dietro l’affluenza araba ci siano denaro straniero e interferenze. Le prove di una frode sistematica, però, non sono emerse. Poco importa. Il sospetto, in politica, è spesso più redditizio della verità.

Ma la responsabilità non appartiene soltanto alla destra nazionalista. Anche l’opposizione, che promette di liberare Israele da Netanyahu, sembra terrorizzata dall’idea di riconoscere piena dignità politica ai rappresentanti di un quinto della popolazione.

E qui cade la maschera.

Perché una democrazia non si misura soltanto contando le schede nelle urne. Si misura verificando se quelle schede abbiano lo stesso peso politico, indipendentemente dall’origine di chi le deposita.

Israele possiede elezioni competitive, un Parlamento e istituzioni democratiche. Negarlo sarebbe falso. Ma proprio per questo la sua contraddizione appare ancora più grave, pretende di essere giudicato secondo i principi democratici mentre una parte rilevante della sua classe politica considera la partecipazione araba al governo quasi una contaminazione.

E mentre a Gerusalemme si gioca con le combinazioni parlamentari come con i mattoncini del Lego, Gaza continua a sanguinare e la Cisgiordania a subire l’espansione degli insediamenti.

Il problema, dunque, non è soltanto Netanyahu. È un sistema politico che troppo spesso confonde la supremazia nazionale con la democrazia.

Perché quando tutti possono votare, ma alcuni non sono considerati degni di governare, la democrazia non è compiuta. È una promessa tradita.

E chiamarla la più grande del Medio Oriente non cancella il tradimento. Lo rende soltanto più vistoso.