Israele, Netanyahu non è il problema. È il sintomo.

Il premier resta al centro della scena politica nonostante il mandato d'arresto internazionale per crimini di guerra. Un Paese diviso, una democrazia paralizzata e una reputazione mondiale sempre più compromessa.

Gadi Eisenkot - Benjamin Netanyahu

C’è qualcosa di più inquietante di Benjamin Netanyahu. Ed è l’Israele che continua a votarlo.

Perché Netanyahu non è un incidente della storia, un tiranno capitato per disgrazia al governo di una democrazia innocente. È il prodotto di una società che, almeno in una sua parte consistente, continua a riconoscersi nella sua politica. E questo, per Israele, è un problema assai più grave di qualsiasi crisi ministeriale.

Un uomo sul quale pende un mandato d’arresto della Corte penale internazionale per presunti crimini di guerra e contro l’umanità continua a raccogliere un consenso elettorale considerevole. Non una condanna definitiva, sia chiaro. Ma un’accusa di gravità inaudita, che in una democrazia dovrebbe almeno imporre qualche interrogativo morale. Invece, per molti, sembra quasi una decorazione al valore.

Gaza è devastata. I civili palestinesi hanno pagato un prezzo spaventoso. In Cisgiordania i coloni estremisti continuano a rappresentare una minaccia per la popolazione palestinese. E intanto Netanyahu, già sotto processo per corruzione, ha tentato di piegare gli equilibri della magistratura israeliana alle esigenze della propria sopravvivenza politica.

Eppure è ancora lì.

Non abbastanza forte da governare serenamente, non abbastanza debole da essere mandato definitivamente a casa. È il capolavoro politico di un uomo che ha trasformato la propria sopravvivenza in una questione nazionale.

Il nuovo stallo parlamentare raccontato dai risultati elettorali, con nessun blocco capace di assicurarsi i 61 seggi necessari alla maggioranza della Knesset, è la fotografia di un Paese prigioniero delle proprie contraddizioni. La destra nazionalista non riesce a imporsi definitivamente, l’opposizione non riesce a costruire un’alternativa credibile e i partiti arabi, potenzialmente decisivi, vengono ancora trattati da una parte della politica come ospiti indesiderati nella democrazia israeliana.

Yousef Jabareen si dice disponibile a sostenere dall’esterno un governo alternativo. Ma persino questa possibilità incontra resistenze. Come se i voti dei cittadini arabi fossero legittimi soltanto quando non contano.

Il paradosso è feroce, Israele rivendica giustamente il diritto alla propria sicurezza, ma una parte della sua classe dirigente sembra considerare la parità politica dei propri cittadini arabi una concessione intollerabile.

Naturalmente esiste un altro Israele. Quello che protesta, denuncia, disobbedisce, difende i diritti dei palestinesi e rifiuta la deriva nazionalista. Sarebbe ingiusto dimenticarlo. Ma sarebbe altrettanto ingenuo utilizzare questa minoranza coraggiosa come alibi per ignorare le responsabilità politiche di chi continua a sostenere Netanyahu.

E c’è poi il conto internazionale. Ogni voto che restituisce centralità politica a un leader ricercato dalla giustizia internazionale rende più difficile distinguere, agli occhi del mondo, le responsabilità del governo da quelle dello Stato che lo sostiene. Un danno diplomatico e morale che nessuna propaganda potrà cancellare facilmente.

Netanyahu passerà. Tutti i politici, prima o poi, passano.

Resterà invece una domanda assai più scomoda, come ha potuto una democrazia nata anche dalla memoria della persecuzione tollerare così a lungo la negazione dei diritti di un altro popolo?

Israele non è necessariamente perduto. Ma rischia di perdere qualcosa che nessuna vittoria militare potrà restituirgli, la propria autorità morale.

E quella, a differenza dei seggi parlamentari, non si riconquista con un’altra elezione.